oggi mio figlio samuele di anni 6, giocando a biglie con me in salotto ha bestemmiato. serenamente.
da come l'ho guardato ha immediatamente capito di aver fatto una cosa bruttissima.
da come è trasalito ho capito che non sapeva assolutamente cosa aveva detto e fatto.
sono logicamente seguiti lunghi minuti di serissima spiegazione, i suoi occhi fissi su di me, il suo viso basso, la mia voce incalzante, ferma, severa, accorata.
molto difficile dover spiegare anzichè sgridare quando vorresti fare la cosa più definitiva e efficace del mondo.
poi una carezza, sul suo viso triste, e via, avanti così, pronti per la prossima contaminazione che arrichirà la sua vita, chissà con quale linguaggio, chissà in quale direzione. mio dio che paura.
mica potremo chiudergli le orecchie per impedirgli di sentire, neppure potremmo chiudergli la bocca per impedirgli di ripetere, oppure immobilizzarlo per non fargli nemmeno provare l'ebbrezza che si prova a fare qualcosa di nuovo, di brutto, di grave, di più grande di lui.
potremo solo sperare di essere abbastanza bravi da insegnargli un codice di comprensione, di selezione, di valutazione e riuscire a renderlo capace di comprendere, valutare e selezionare da solo.
educare un figlio non è più tenersi il bambino in casa, a giocare sotto il tavolo, o nell'aia di casa con il fattore, o nel sagrato con il parroco, dove tutto era sotto controllo, dove tutto era condiviso da tutti, dove il linguaggio era lo stesso per tutti e il bene era così facile da riconoscere ed il male così lontano...
educare un figlio oggi è insegnare dei codici di comprensione della realtà che entra nella nostra vita da qualsiasi parte. ogni giorno torni a casa e non sai da quale parte sta arrivando il prossimo attacco. siamo ormai senza alcun filtro ed un figlio a scuola, è un figlio che è già alla scoperta del mondo che ha bisogno di dare significato a tutto quello che vede.
educare un figlio oggi significa recitare come quegli attori coraggiosi che chiedono al pubblico di decidere loro l'argomento sul quale vogliono essere intrattenuti.
e allora dico che bisogna arrivare a questo momento armati di due armi assolutamente necessarie: una vivace consuetudine affettiva con i propri figli, ricca di gestualità e fisicità, ed una perseverante, caparbia, testarda, assidua attenzione alla loro vita, segnale inequivocabile di un profondo sentimento di cura.
perchè un figlio dovrebbe ascoltare noi anzichè un suo amico, un suo idolo, un suo modello esterno? la risposta è: perchè noi possiamo utilizzare il linguaggio ed il veicolo del sentimento d'amore che è una chiave di accesso con la quale possiamo conquistare e mantenre una posizione privilegiata nell'ascolto da parte dei nostri figli e poter quindi agire per il loro bene.
come si fa - allora - a far sentire amato i figli? la risposta è: prendendosi cura di loro e questo vuol dire, toccarli quando sono piccoli, lavarli, ninnarli, scaldarli, e poi parlargli ascoltari, capirli, quando cominciano ad essere più grandi. e poi sgridarli, indicando loro la strada, che un bimbo non ha bisogno di un amico che lo perdoni ma di un adulto esperto che gli insegni a vivere.
l'amore di genitore si dimostra prendendosi cura dei propri figli.
i figli l'amore lo misurano con la qualità della cure che hanno ricevuto.
52 anni, una moglie e tre figli (Samu 17, Alino 14, Francesco 8) www.professionepapa.it
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appunti sull'assenza paterna
leggo dagli appunti scritti quando stavo ideando la mia tesi:
ASSENZE PATERNE
- padre morto
- padre che sparisce
- padre che non c'è mai per lavoro
- padre che c'è ma non è affettivo - solo autoritario
- padre che c'è ma non esercita l'autorità - solo affettivo
- padre che c'è ma non gli viene permesso di esserci - separazioni problematiche
- padre che c'è ma viene sempre screditato dalla moglie
- padre che c'è ma fraintende il ruolo e gioca soltanto
la cosa che mi è saltata agli occhi subito è la sostanziale differenza tra l'approccio di chi rintraccia l'assenza paterna solo nell'assenza fisica e chi invece ne fa una questione di comprensione del ruolo da svolgere e capacità a svolgerlo.
ridurre il problema ad una scarsa presenza fisica, porta a limitare il campo di indagine. ci vogliamo mica dimenticare che i peggiori danni causati da padri incapaci avvengono in famiglie ancora unite? non ci vorremo mica raccontare la bugia che le separazioni sono la causa dell'assenza paterna? è pieno di padri separati che sanno fare i padri egregiamente o che in quell'occasione lo imparano a fare meglio di prima e pieno di padri negati, che sfuggono agli occhi meno attenti perchè fanno i loro danni in famiglie non separate.
il problema sta tutto nella capacità di comprendere quale ruolo deve avere il padre all'interno della famiglia e nei confronti dei figli. tutta la società deve chiarirselo e tutti devono concorrere affinchè uqesto ruolo si chiaro, rispettato, valorizzato.
avremo allora mogli che lo rispettano, avvocati che non lo saccheggiano, giudici che non lo discirminano.
il padre, dal canto suo, dovrà imparare a svolgere il suo compito, accettando di essere in una situazione nuova rispetto agli ultimi secoli, ed accettando di dover trovare all'interno del proprio modo di essere, una via credibile per non far mancare il suo apporto alla formazione personale dei propri figli, senza scimiottare il modo di fare delle madri, senza cercare la scorciatoia della sola affettività, dell'autoritarismo, dell'amicizia coi figli.
Un padre non è solo un tenero coccolatore, né solo un burbero mazzuolatore, né solo un accondiscendente compagno di giochi.
Un padre è origini, presenza, guida, affetto, norma, marito della madre, parte della coppia genitoriale.
Lo so, è un casino di cose, ma che ci possiamo fare?
ASSENZE PATERNE
- padre morto
- padre che sparisce
- padre che non c'è mai per lavoro
- padre che c'è ma non è affettivo - solo autoritario
- padre che c'è ma non esercita l'autorità - solo affettivo
- padre che c'è ma non gli viene permesso di esserci - separazioni problematiche
- padre che c'è ma viene sempre screditato dalla moglie
- padre che c'è ma fraintende il ruolo e gioca soltanto
la cosa che mi è saltata agli occhi subito è la sostanziale differenza tra l'approccio di chi rintraccia l'assenza paterna solo nell'assenza fisica e chi invece ne fa una questione di comprensione del ruolo da svolgere e capacità a svolgerlo.
ridurre il problema ad una scarsa presenza fisica, porta a limitare il campo di indagine. ci vogliamo mica dimenticare che i peggiori danni causati da padri incapaci avvengono in famiglie ancora unite? non ci vorremo mica raccontare la bugia che le separazioni sono la causa dell'assenza paterna? è pieno di padri separati che sanno fare i padri egregiamente o che in quell'occasione lo imparano a fare meglio di prima e pieno di padri negati, che sfuggono agli occhi meno attenti perchè fanno i loro danni in famiglie non separate.
il problema sta tutto nella capacità di comprendere quale ruolo deve avere il padre all'interno della famiglia e nei confronti dei figli. tutta la società deve chiarirselo e tutti devono concorrere affinchè uqesto ruolo si chiaro, rispettato, valorizzato.
avremo allora mogli che lo rispettano, avvocati che non lo saccheggiano, giudici che non lo discirminano.
il padre, dal canto suo, dovrà imparare a svolgere il suo compito, accettando di essere in una situazione nuova rispetto agli ultimi secoli, ed accettando di dover trovare all'interno del proprio modo di essere, una via credibile per non far mancare il suo apporto alla formazione personale dei propri figli, senza scimiottare il modo di fare delle madri, senza cercare la scorciatoia della sola affettività, dell'autoritarismo, dell'amicizia coi figli.
Un padre non è solo un tenero coccolatore, né solo un burbero mazzuolatore, né solo un accondiscendente compagno di giochi.
Un padre è origini, presenza, guida, affetto, norma, marito della madre, parte della coppia genitoriale.
Lo so, è un casino di cose, ma che ci possiamo fare?
parodia della mia tesi
Prendi un uomo, povera stella, di quelli che hanno sempre comandato, legiferato, spadroneggiato in casa e fuori. Di quelli che "pago quindi volgio il servizio" e di quelli che "ho lavorato tutto il giorno quindi ora per favore non rompetemi i coglioni e ditemi quando si mangia" e se i figli non obbediscono giù sganasse e qualche cinghiatina sul sedere, tanto per gradire.
Beh prendetelo e cominciate a dirgli. "Senti un po' stellin, da domani questo tono te lo dimentichi perchè ci ricordi tanto quel panzone di Mussolini, e poi sai che c'è, visto che metà dei tuoi simili sono crepati in guerra ed è pieno di orfani di padre, adesso se non ti dispiace i figli li cresciamo secondo le regole delle donne che sono di più e ci sanno fare meglio".
Questo derelitto poi, spogliato di tutte le sue uniformi, lo dai in pasto ai sessantottini, che l'autorità la fanno a fettine: Sei un politico? Calci nei coglioni; sei un professore? calci nei coglioni, sei un padre? calci nei coglioni.
Orbene, ora prendete i resti di questo essere martoriato e lasciatelo solo insieme a un gruppo di femministe. "come hai detto scusa? vuoi andare allo stadio?" SBERLONA, "come dici tesoro? quand'è che si mangia che leggi il giornale?" SBERLONA, "non scusa ripeti che questa è bella! tu i pannolini non li cambi e la spesa non la fai perchè sono cose da donne?" DOPPIA SBERLONA, "ah aspetta dimmelo ancora che mi fai morire dal ridere, vuoi che mi metta i tacchi e la minigonna per piacerti?" SBERLONA E CALCIO NEI MARONI, "e quando siamo a letto vedi di non pensare solo a te stesso sennò te ne mollo un altro".
Se è rimasto qualcosa di questo rottame, andate a casa sua e guardatelo alle prese con i figli. "come dici papà, non devo fare questo? ma Raz Degan ha detto che è di moda!" "come scusa, perchè mi devo allacciare le scarpe e tirare su le braghe, tutti i miei compagni della compa mostrano le mutande" "e poi sai che è pieno di ragazzi normalissimi che si fanno il peircing sul capezzolo e sul sopracciglio, dai, lasciamelo fare sennò mi sentoi sfigato".
E la moglie invece, "ehi testina, guarda che ho lavorato tutto il giorno anch'io, quindi non rompere, apparecchia, stendi, e controlla il risotto che si attacca", "senti caro, non è che domani prendi ferie che dobbiamo portare i bimbi dalla pediatra e io ho un appuntamento con un cliente importante", "già che ci sei, insegna un po' alla donna come vuoi stirate le camicie che non se lo può inventare".
Se ne conoscete uno che poi si sta separando aspettatevi che vi racconti che il giudice, l'avvocato, la ex moglie gli hanno detto che di tenere i figli non se ne parla, perchè non è idoneo, al massimo la domenica al luna park o in spiaggia, però per pagare invece, massimo dell'idoneità. E non rompa le palle.
Finito questo trattamento, ridimensionamento, lifting, disorientamento, prendete il soggetto in questione e ditegli. "Dai su, non fare così. Sii uomo".
E lui: "uomo come, scusa?, puoi mica chiarirmi il concetto? che non vorrei che mi sbaglio di nuovo e mi prendo un'altra riga di calci nelle palle?"
............................ "un aiutino?" ......................
"come dici scusa? sono un padre assente e un marito deludente? parli di me? o parli di tutti i maschi che malgrado il gran numero di calci nelle palle non sono ancora riusciti a capire come si fa a fare il padre di questi nuovi figli e il marito di queste nuove mogli?"
"avete buttato ed abbiamo lasciato buttare tutto l'uomo-maschio-padre a mare ma ora è il caso che noi e voi, insieme, si ricostruisca la nostra figura, la nostra posizione, il nostro ruolo, per il bene della nostra società, della coppia, dei nostri figli".
"E smettetela con sti calci nei coglioni"
Questa è la storia della mia tesi.
Beh prendetelo e cominciate a dirgli. "Senti un po' stellin, da domani questo tono te lo dimentichi perchè ci ricordi tanto quel panzone di Mussolini, e poi sai che c'è, visto che metà dei tuoi simili sono crepati in guerra ed è pieno di orfani di padre, adesso se non ti dispiace i figli li cresciamo secondo le regole delle donne che sono di più e ci sanno fare meglio".
Questo derelitto poi, spogliato di tutte le sue uniformi, lo dai in pasto ai sessantottini, che l'autorità la fanno a fettine: Sei un politico? Calci nei coglioni; sei un professore? calci nei coglioni, sei un padre? calci nei coglioni.
Orbene, ora prendete i resti di questo essere martoriato e lasciatelo solo insieme a un gruppo di femministe. "come hai detto scusa? vuoi andare allo stadio?" SBERLONA, "come dici tesoro? quand'è che si mangia che leggi il giornale?" SBERLONA, "non scusa ripeti che questa è bella! tu i pannolini non li cambi e la spesa non la fai perchè sono cose da donne?" DOPPIA SBERLONA, "ah aspetta dimmelo ancora che mi fai morire dal ridere, vuoi che mi metta i tacchi e la minigonna per piacerti?" SBERLONA E CALCIO NEI MARONI, "e quando siamo a letto vedi di non pensare solo a te stesso sennò te ne mollo un altro".
Se è rimasto qualcosa di questo rottame, andate a casa sua e guardatelo alle prese con i figli. "come dici papà, non devo fare questo? ma Raz Degan ha detto che è di moda!" "come scusa, perchè mi devo allacciare le scarpe e tirare su le braghe, tutti i miei compagni della compa mostrano le mutande" "e poi sai che è pieno di ragazzi normalissimi che si fanno il peircing sul capezzolo e sul sopracciglio, dai, lasciamelo fare sennò mi sentoi sfigato".
E la moglie invece, "ehi testina, guarda che ho lavorato tutto il giorno anch'io, quindi non rompere, apparecchia, stendi, e controlla il risotto che si attacca", "senti caro, non è che domani prendi ferie che dobbiamo portare i bimbi dalla pediatra e io ho un appuntamento con un cliente importante", "già che ci sei, insegna un po' alla donna come vuoi stirate le camicie che non se lo può inventare".
Se ne conoscete uno che poi si sta separando aspettatevi che vi racconti che il giudice, l'avvocato, la ex moglie gli hanno detto che di tenere i figli non se ne parla, perchè non è idoneo, al massimo la domenica al luna park o in spiaggia, però per pagare invece, massimo dell'idoneità. E non rompa le palle.
Finito questo trattamento, ridimensionamento, lifting, disorientamento, prendete il soggetto in questione e ditegli. "Dai su, non fare così. Sii uomo".
E lui: "uomo come, scusa?, puoi mica chiarirmi il concetto? che non vorrei che mi sbaglio di nuovo e mi prendo un'altra riga di calci nelle palle?"
............................ "un aiutino?" ......................
"come dici scusa? sono un padre assente e un marito deludente? parli di me? o parli di tutti i maschi che malgrado il gran numero di calci nelle palle non sono ancora riusciti a capire come si fa a fare il padre di questi nuovi figli e il marito di queste nuove mogli?"
"avete buttato ed abbiamo lasciato buttare tutto l'uomo-maschio-padre a mare ma ora è il caso che noi e voi, insieme, si ricostruisca la nostra figura, la nostra posizione, il nostro ruolo, per il bene della nostra società, della coppia, dei nostri figli".
"E smettetela con sti calci nei coglioni"
Questa è la storia della mia tesi.
il fantabosco dei papà assenti
E’ notte nel fantabosco. La libellula Hope, come tutte le notti, instancabile, perlustra ogni angolo del suo territorio per far visita ai bambini che alla fine della giornata lasciano il prato soleggiato per passare la notte nel bosco.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Andrea.
Perchè hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lui non c’è mai, allora è la mia mamma a portarmi nel bosco, ma con lei ho paura perché lei sa dare solo baci e carezze, ma contro i lupi ci vuole la voce grossa, i muscoli, ed una spada tagliente. A forza di andare con lei nel bosco finirà che non imparerò mai a combattere i lupi e forse morirò.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Stefano.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lui comincia a urlare, a sgridarmi, ad obbligarmi a combattere i lupi come vuole lui. Io credo che a lui non interessi che io ho paura, che avrei bisogno di vedere la luce della luna per orientarmi, per rassicurarmi, e che vorrei sentire di più la stretta della sua mano e meno le urla della sua rabbia. Ogni giorno che passa mi viene voglia di fare l’opposto di ciò che mi dice, così alla paura del bosco si aggiunge la paura delle sue grida.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Emanuele.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lui mi dà l’impressione di non sapere cosa fare, dove andare, come combattere i lupi. Scherza, ride, vuole essere mio amico, ma io ho paura che a forza di fare così, il giorno che ci capitasse un lupo da combattere io non saprei come combatterlo perché non mi insegna mai niente, non so le regole del combattimento. Allora io comincio a scappare così lui è costretto a cercarmi, a stare attento a me. Spesso appena si distrae corro via e vado dove ci sono i lupi, magari vedendomi in pericolo gli verrà voglia di insegnarmi a combatterli.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Daniele.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, io so che da quel momento in poi avrò freddo. Mio padre è molto bravo a combattere i lupi ed è molto bravo ad insegnarmelo. Sa tutte le regole del combattimento, sa usare le armi, conosce bene il bosco e con lui mi sento al sicuro. Però io ho sempre freddo e lui non mi permette di stargli vicino, di scaldarmi col suo corpo, perché – dice – un uomo deve scaldarsi da solo, non deve aver bisogno di queste cose da signorina.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Jacopo.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lei trova sempre una scusa per non portarmici. Dice che il bosco è un posto brutto, pericoloso, pieno di insidie, non adatto ad un bambino. E poi c’è buio. A me piacerebbe molto ogni tanto vedere come è la notte, il buio, il silenzio, il freddo, come sono fatti i lupi e come si combattono. Mi piacerebbe tanto imparare ma ormai mi sono convinto che questa non sia una buona idea e quindi quando vedo la mia mamma che si inventa una scusa per non portarmi oppure sento che con le sue amiche o con i nonni parla male del bosco credo che in fondo lei abbia ragione. Infatti le poche volte che non riesce a trovare una scusa valida ed è costretta a portarmi, io muoio di paura, voglio tornare subito a casa e non vedo l’ora che la notte finisca. Sarò un bambino che vive solo nel prato col sole.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Mario.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, io ho sempre meno voglia di andarci. Ogni giorno, quando siamo nel prato, non fa che parlar male del bosco, dice che è sporco, che è buio, che è pieno di inutili pericoli, che ci sono i lupi e imparare a combatterli è stupido e insensato, che mio padre intanto non è né capace a combatterli né capace ad insegnarmi, che per di più non conosce il bosco e non ci si sa orientare. Se proprio qualche volta vorrò andarci mi ha detto che verrà anche lei così eviteremo di metterci nei pasticci.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Simone.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi prende per mano e mi porta a fare una passeggiata ai bordi del prato vedo tanti bambini che incontrano il loro papà che li porterà nel bosco. Io non ci sono mai stato nel bosco perché non ho mai avuto il papà, ma la mia mamma tutte le sere mi racconta per ore e ore di come è fatto il bosco, di chi lo abita, della luce della luna, dei pericoli, dei lupi e a me sembra di conoscerlo perfettamente. E poi so tutto anche del mio papà, di come combatteva i lupi, di come mi avrebbe insegnato se ci fosse stato, di come conosceva ogni angolo del bosco e di come sarebbe stato felice di portarmici ogni notte di ogni giorno. Poi la mia mamma mi mette a dormire in un rifugio buio agli angoli del prato ed io aspetto il mattino per tornare al sole.
Hope baciò il suo viso fresco e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Andrea.
Perchè hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lui non c’è mai, allora è la mia mamma a portarmi nel bosco, ma con lei ho paura perché lei sa dare solo baci e carezze, ma contro i lupi ci vuole la voce grossa, i muscoli, ed una spada tagliente. A forza di andare con lei nel bosco finirà che non imparerò mai a combattere i lupi e forse morirò.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Stefano.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lui comincia a urlare, a sgridarmi, ad obbligarmi a combattere i lupi come vuole lui. Io credo che a lui non interessi che io ho paura, che avrei bisogno di vedere la luce della luna per orientarmi, per rassicurarmi, e che vorrei sentire di più la stretta della sua mano e meno le urla della sua rabbia. Ogni giorno che passa mi viene voglia di fare l’opposto di ciò che mi dice, così alla paura del bosco si aggiunge la paura delle sue grida.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Emanuele.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lui mi dà l’impressione di non sapere cosa fare, dove andare, come combattere i lupi. Scherza, ride, vuole essere mio amico, ma io ho paura che a forza di fare così, il giorno che ci capitasse un lupo da combattere io non saprei come combatterlo perché non mi insegna mai niente, non so le regole del combattimento. Allora io comincio a scappare così lui è costretto a cercarmi, a stare attento a me. Spesso appena si distrae corro via e vado dove ci sono i lupi, magari vedendomi in pericolo gli verrà voglia di insegnarmi a combatterli.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Daniele.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, io so che da quel momento in poi avrò freddo. Mio padre è molto bravo a combattere i lupi ed è molto bravo ad insegnarmelo. Sa tutte le regole del combattimento, sa usare le armi, conosce bene il bosco e con lui mi sento al sicuro. Però io ho sempre freddo e lui non mi permette di stargli vicino, di scaldarmi col suo corpo, perché – dice – un uomo deve scaldarsi da solo, non deve aver bisogno di queste cose da signorina.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Jacopo.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, lei trova sempre una scusa per non portarmici. Dice che il bosco è un posto brutto, pericoloso, pieno di insidie, non adatto ad un bambino. E poi c’è buio. A me piacerebbe molto ogni tanto vedere come è la notte, il buio, il silenzio, il freddo, come sono fatti i lupi e come si combattono. Mi piacerebbe tanto imparare ma ormai mi sono convinto che questa non sia una buona idea e quindi quando vedo la mia mamma che si inventa una scusa per non portarmi oppure sento che con le sue amiche o con i nonni parla male del bosco credo che in fondo lei abbia ragione. Infatti le poche volte che non riesce a trovare una scusa valida ed è costretta a portarmi, io muoio di paura, voglio tornare subito a casa e non vedo l’ora che la notte finisca. Sarò un bambino che vive solo nel prato col sole.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Mario.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi accompagna ai bordi del prato per lasciarmi al mio papà che mi deve condurre nel bosco, io ho sempre meno voglia di andarci. Ogni giorno, quando siamo nel prato, non fa che parlar male del bosco, dice che è sporco, che è buio, che è pieno di inutili pericoli, che ci sono i lupi e imparare a combatterli è stupido e insensato, che mio padre intanto non è né capace a combatterli né capace ad insegnarmi, che per di più non conosce il bosco e non ci si sa orientare. Se proprio qualche volta vorrò andarci mi ha detto che verrà anche lei così eviteremo di metterci nei pasticci.
Hope baciò la sua lacrima e volò via.
Ciao, come ti chiami?
Mi chiamo Simone.
Perché hai quella faccia triste?
Perché ogni volta che la mia mamma, al tramonto, mi prende per mano e mi porta a fare una passeggiata ai bordi del prato vedo tanti bambini che incontrano il loro papà che li porterà nel bosco. Io non ci sono mai stato nel bosco perché non ho mai avuto il papà, ma la mia mamma tutte le sere mi racconta per ore e ore di come è fatto il bosco, di chi lo abita, della luce della luna, dei pericoli, dei lupi e a me sembra di conoscerlo perfettamente. E poi so tutto anche del mio papà, di come combatteva i lupi, di come mi avrebbe insegnato se ci fosse stato, di come conosceva ogni angolo del bosco e di come sarebbe stato felice di portarmici ogni notte di ogni giorno. Poi la mia mamma mi mette a dormire in un rifugio buio agli angoli del prato ed io aspetto il mattino per tornare al sole.
Hope baciò il suo viso fresco e volò via.
papà assenti
"E' un papà assente!".
Quando sento fare questa affermazione, riferita a qualche "assente", durante qualche conversazione, mi viene un nervoso che vorrei fermare tutti e dire. Adesso ti spieghi meglio e ne parliamo.
Eh si perchè le cose vanno chiamate con il loro nome e la semplificazione e l'ingordigia di utilizzare scorciatoie e luoghi comuni va combattuta fino in fondo.
Vorrei sapere se:
E' un papà che non c'è mai perchè non può?
E' un papà che non c'è mai perchè non vuole?
E' un papà che c'è ma è come se non ci fosse dal punto di vista educativo?
E' un papà che c'è ma è come se non ci fosse dal punto di vista affettivo?
E' un papà che non riesce a fare il papà perchè non ha un suo spazio nella coppia genitoriale quindi è screditato come padre?
E' un papà separato che non vuole più fare il padre?
E' un papà separato che non riesce più a trovare il modo di fare il padre?
E' un papà separato cui non è permesso fisicamente di fare il padre?
E' un papà separato cui è smantellato sistematicamente ogni tentativo di fare il padre?
Beh ognuna di queste più precise categorie di papà assenti porta con se significati, spiegazioni, effetti, risvolti, completamente differenti tra loro.
Chiarito questo possiamo continuare a parlare. E che cazzo!
Quando sento fare questa affermazione, riferita a qualche "assente", durante qualche conversazione, mi viene un nervoso che vorrei fermare tutti e dire. Adesso ti spieghi meglio e ne parliamo.
Eh si perchè le cose vanno chiamate con il loro nome e la semplificazione e l'ingordigia di utilizzare scorciatoie e luoghi comuni va combattuta fino in fondo.
Vorrei sapere se:
E' un papà che non c'è mai perchè non può?
E' un papà che non c'è mai perchè non vuole?
E' un papà che c'è ma è come se non ci fosse dal punto di vista educativo?
E' un papà che c'è ma è come se non ci fosse dal punto di vista affettivo?
E' un papà che non riesce a fare il papà perchè non ha un suo spazio nella coppia genitoriale quindi è screditato come padre?
E' un papà separato che non vuole più fare il padre?
E' un papà separato che non riesce più a trovare il modo di fare il padre?
E' un papà separato cui non è permesso fisicamente di fare il padre?
E' un papà separato cui è smantellato sistematicamente ogni tentativo di fare il padre?
Beh ognuna di queste più precise categorie di papà assenti porta con se significati, spiegazioni, effetti, risvolti, completamente differenti tra loro.
Chiarito questo possiamo continuare a parlare. E che cazzo!
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