10 maggio 2015

Ravano, torneo di pallone.

Io il calcio l'ho amato. Tanto. Vivevo per correre, calciare, sognare, combattere, esultare, abbracciare, incavolarmi, soffrire, allenarmi, discutere con l'arbitro, conquistare allenatori, fare gruppo coi compagni, scegliere le maglie, migliorarmi, fare a botte coi difensori per poi stringergli la mano alla fine, giocare senza un pubblico ma per quel poco pubblico, senza guadagnare una lira e quando c'era, usarla per pagare da bere ai vecchi compagni di sempre.
35 anni con la testa che funzionava bene solo se potevo correre dietro a qualcosa che rotolava e combattere.
Poi ho smesso di giocare ed è cambiato tutto.
Non c'era più un pallone da inseguire ma solo partite da guardare, tifo da fare, trasmissioni noiosissime da sopportare, cori aggressivi da ascoltare, cultura della scorrettezza da subire.
L'amore stava finendo, poi sono arrivati i figli. Il primo, Samu, col mio stesso fuoco sacro e vai di scuole calcio. Dirigenti mediocri, genitori miseri, allenatori scadenti. E l'amore è sparito.
Da anni lo seguo ma non vado a vedere una partita di calcio, vado a vedere lui. Mi interessa solo di lui. Come si muove, come si comporta, come impara, come si relaziona agli altri, all'allenatore, all'arbitro. Se fa gol. Se gioca bene. Il resto mi dà fastidio.
Mi dà fastidio la tensione che trasuda da ogni personaggio che fa parte di questo mondo. Ragazzini tesi, controllati a vista e irregimentati dentro a schemi efficaci ma noiosissimi, allenatori ossessionati dai risultati manco fossero dei campioni, genitori che fanno tutto tranne che i genitori e offrono spettacoli orrendi.

Passano gli anni e ieri arriva l'invito a vedere una partita del Ravano giocata dal mio secondo figlio, Alessandro, con i suoi compagni di classe. Lui gioca a rugby e con i piedi non è proprio aggraziato. Però nel cortile della scuola gioca con passione, con due cartelle a far da pali, senza regole, allenamenti e genitori a rovinare tutto.
La squadra della sua classe, gli "arancioni", è scarsotta. Uno è lento, l'altro è basso, l'altro cicciotto, l'altro estroso ma casinista, l'altro sarebbe bravo ma predica nel deserto. Loro giocano, si impegnano, se sbagliano ridono, se gli riesce qualcosa si danno pacche sulle spalle. Non litigano e prendono un po' di goal. Però sono felici, per una volta tutti insieme, con la maglia uguale, su un campo vero.  Noi genitori, costretti a fare improbabili cori "arancioni, arancioni", con mamme che non sanno in che porta si deve tirare e nonni che sono li perché sono di turno.

C'era una bella atmosfera ieri al Ravano; c'era l'aria buona che si sente quando si gioca a pallone. Ecco, il Ravano è un torneo di pallone. Il calcio li non c'entra. E' questo il suo segreto. Ed io ieri ho scoperto che non è mai morto il mio amore per il pallone. Io ho sempre giocato a pallone e quando ho smesso non mi è rimasto altro che il calcio, che, diciamocelo francamente, troppo spesso fa schifo.
Il pallone invece è uno spettacolo meraviglioso. W il Ravano, torneo di pallone per bambini sorridenti.

06 novembre 2014

l'amore esiste solo se si muove


Stasera abbiamo lottato amore mio.
Io con tutta l'energia dell'amore, con tutta la forza di chi ti vuol fare sbocciare, con tutta la rabbia di chi vuole averlo detto, averlo fatto, averlo pensato, averlo trasmesso, perchè l'amore non è nulla se non è detto, fatto, pensato e trasmesso. L'amore esiste solo se si muove, se si vede, se si agisce, se si libera. Il resto sono sogni e pensieri, che non danno né calore né rabbia. Stanno zitti e non servono a nessuno.
Tu eri li, a gestire i tuoi pochi anni, quella meravigliosa matassa che ti riempie, ti sgorga e a volte ti intasa. Fili di vita ancora da tessere, aggrovigliati e in disordine ma meravigliosamente colorati ... che noi grandi abbiamo tutto il bianco di qua e il nero di là ed i colori tutti in ordine ed un po' sbiaditi, mentre voi avete tutto assieme tutto attorcigliato e i colori scintillano e, nel disordine, sono una meraviglia.
Di qua la mia voce a incitarti, a sgridarti, a incoraggiarti e a veder bene di non compatirti, che ho sempre paura di aver fatto già tanti di quei danni che mi tremano le gambe; di là i tuoi occhi di bimbo pieni di lacrime silenziose a sgorgare su uno sguardo serio e orgoglioso da grande che quell'incitamento lo avrebbe voluto raccogliere, la sgridata la condivideva, l'incoraggiamento lo gradiva, ma .... mi rendo conto ....non si può perdere l'onore così.

Tutti e due fieri a giocare la propria partita, cazzutamente avvinghiati al nostro ruolo. Fino all'ultimo.
E alla fine sconfitti. Tutti e due. Esausti.
Tu per non essere riuscito a raccogliere la mia energia, io per non essere riuscito a fartela sgorgare.

Niente punizione stasera amore mio, che sappiamo tutti ci sarebbe voluta.
La tua fatica mi è bastata a sentirti vivo. La mia, spero, ti abbia detto, fatto, trasmesso, l'amore mio per te.

12 ottobre 2014

la mia vita nelle vostre tasche

Dormite, tutti.
per terra i vostri vestiti, il divano sfatto dai vostri giochi, dalle vostre pose scomposte, dal vostro rotolarvi, inseguirvi, ridere, correre, saltare, che "non si corre sui divani" ma quando lo fate mi sembrate felici, mi sembra che siamo felici e che va tutto bene.
Mi godo il silenzio, il tempo, il non essere chiamato, il non dover rispondere, controllare, riprendere, mettere a letto, lavare denti. Tutto finito, tutto fermo, tutto zitto.
Tra poco verrò a letto anch'io, ma prima un po' di spazio per me, per la mia musica, i miei pensieri, i miei hobby, la mia vita. Che poi la mia vita siete voi, ma ogni tanto devo scappare a rincorrere ancora qualche parte di me o chissà dove ...
Rassetterò, metterò a posto tutto, tirerò su i vostri vestiti che sanno di voi, che sanno di bestiolina, che vanno lavati ogni momento. Svuoterò le tasche dei vostri pantaloni per cacciare tutto in lavatrice e avrò la vostra vita in mano.
Nelle tue tasche, Samumeoammor (Samuele 13) ci saranno i soliti bigliettini che raccogli a scuola, con le frasi segrete di chissachì, che chiede a chissachì se ama chissà chi altro e mi parla di come tu guardi il mondo, di come lo hai sempre guardato: in silenzio scrutando gli altri prima di fare qualunque passo, un silenzio intelligente, attivo, laborioso, nel quale ogni tanto ti scovo e ti sorprendo, facendoti aprire in un sorriso imbarazzato e furbo, che scopre i tuoi dentini da volpe e illumina i tuoi occhi da cerbiatto.
Nelle tue tasche Alino (Alessandro 9) troverò qualche attrezzo raccattato in qualche posto proibito o rubacchiato tra le mie cianfrusaglie, che ti è sembrato necessario o indispensabile per una qualche misteriosa e fantasiosa impresa e mi parla di come la tua mente faccia già le giravolte spaziali sognando chissà quale eroica situazione, andando più avanti della realtà, sognando, fantasticando, immaginando, come faccio io, come ho sempre fatto io, come non smetterò mai di fare io e guardandoti non so dirti, amore mio, se questo tuo assomigliarmi ti renderà felice o infelice, apprezzato o criticato, amato o detestato, perché un uomo che sogna può essere tutto o il contrario di tutto. A volte fa paura, a volte fa volare.
Nelle tue tasche Piti mattacchione (Francesco 4) troverò macchinine di ogni genere e poi pezzi di plastica, soldini che ti sembrano giochi, o giochini che ti sembrano oro perché il tuo mondo è ancora piccolo, vicino, immediato. Ma tu sei competente e sai perfettamente dove sono le tue cose, perciò riporrò tutto il tuo mondo plasticoso e colorato in un angolino così domani ne rientrerai in possesso e la tua meravigliosa vita-gioco continuerà senza interruzione, come è giusto che sia.
Alla fine resterò li, in ginocchio davanti alla lavatrice, e mi sembrerà di avere tutto il vostro mondo in mano, e probabilmente, ancora una volta, se ancora ce ne fosse bisogno, capirò che proprio quello è tutto quello che ho.

26 novembre 2013

Avrò cura di te







DEDICATO A SAMU (12)
LA CURA (Franco Battiato)

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce
per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te

12 luglio 2013

Dodic anni fa.




Entra, appoggia una scatoletta sulla mia scrivania e sorride. Ha le labbra tese, di solito non sorride così, sta trattenendo qualcosa. E poi, cos’è questo pacchetto? Non è il mio compleanno, non ci sono date particolari … almeno, credo … oddio, mi sarò mica dimenticato che è qualche anniversario!? Di colpo sbianco, comincio a sudare, passo in rassegna i nostri ultimi quattro anni, compleanni, fidanzamento, matrimonio, onomastico (ma se non l’abbiamo mai festeggiato!). Oddio sarò mica San valentino!? … no quello è a febbraio … ossantateresa, sarà mica la festa della donna (in quel caso che c’entrerebbe il regalo per me …). Esito ancora un secondo.
“Beh, non lo apri?!”.
“Sì sì, è che stavo cercando di capire”.
“Aprilo, … scemo …”.
Apro il pacchetto … un paio di scarpine da neonato. Omioddio, un groppo alla gola. Penso: ma non si fanno queste imboscate!! non in ufficio, non mentre sono seduto alla scrivania e non posso nemmeno alzarmi ad esultare, non posso urlare, non posso nemmeno abbracciarti che sei li, aldilà della mia scrivania, non posso nemmeno piangere che poi mi vedono tutti.
Una voce dentro mi dice: “Fai qualcosa, dì qualcosa, dai un segno di tutto quello che ti sta scoppiando dentro, emetti un suono, hai appena saputo che aspetti un bimbo, una bimba, chissà. Dì qualcosa a tua moglie, dille che sei felice, non fare il solito uomo che non mostra le emozioni, esplodi, esplodi con lei, esplodi verso di lei, abbracciala, baciala, piangi, ridi, fai qualcosa di giusto, fai qualcosa di insolito, ma anche qualcosa di sbagliato che te frega, oppure salta, urla, alza le mani al cielo, canta, chiedile se è vero, chiedile se è felice, chiedile come l’ha saputo, quando, chiedile cosa desidera, un piccolino o una piccolina?, chiedile quando lo diremo ai nonni, agli amici, a tutto il mondo, apri la finestra e urlalo a tutti in strada, oppure taci che magari non vuole farlo sapere di là, prega, ringrazia, dì che lo sapevi, che te lo aspettavi, che è il regalo più bello che hai mai ricevuto (non le scarpine, s’intende), che non vedi l’ora di andare insieme a comprare le cose per lui\lei, che farai tutto tu, che lei non deve preoccuparsi, che lei deve riguardarsi, che lei non deve andare più in moto, che da domani deve fare mille controlli e stare attenta a ciò che mangia, che alle ecografie ci vorrai sempre essere, che sarai in sala parto che andrà tutto bene, che vorrai essere un padre meraviglioso, che sarai un padre meraviglioso, che cercherai di essere un padre meraviglioso”.

Pare che, malgrado questa voce avesse dato tutte queste indicazioni, io sia solo riuscito ad appoggiare il viso sulle mani, sia scoppiato a piangere e sia riuscito a dire con un filo di voce: “Sono felice”. Ma quello che è più incredibile è che questa pietosa prestazione sia passata alle storie familiari con il seguente commento di mia moglie: “Quando gli ho detto che aspettavamo un figlio, lui è stato meraviglioso”.

11 giugno 2013

Amore, ecco l'amore.


Ecco, amore mio. Eccoti arrivato alle soglie dell'amore. Ecco i tuoi primi giochi, i tuoi primi sospiri, i tuoi primi passi nel mondo del cuore, nel mondo dei sogni, nel tuo mondo da regalare, nel mondo di un'altra persona, di una bambina, di una femmina, di una donna, da ricevere in dono.
Ecco, amore mio, da oggi tu non sarai più solo dentro di te, dentro di noi, dentro la tua casa, dentro i nostri discorsi, dentro le nostre cose, le nostre frasi, le nostre regole, le nostre idee. Da oggi, amore mio, sarai anche altrove, perché non c'è nulla che porti altrove quanto l'amore. Non è dove si vive, dove si mangia, dove si dorme, che si è.  Si è dove c'è il nostro cuore.
Ed io sono qui, di fronte alla tua vita che si dischiude di fronte all'amore e mi chiedo se sono capace di spiegarti che cosa sia l'amore. E mi sento inquieto perché non sono sicuro nemmeno se so dirti se l'ho mai conosciuto l'amore, o se invece non ho vissuto d'altro, se sono stato bravo a viverlo, a capirlo, a raccoglierlo, oppure l'ho gettato alle ortiche, se l'ho onorato o maltrattato. Non lo so. Vorrei essere un monolito senza crepe e poterti dire solo cose certe, chiare, sicure, forti, serene, ma non è così.
Chissà se l'ho capito questo Amore, se l'ho sentito, vissuto, amato, bevuto, mangiato, divorato, masticato, sputato. Chissà.

Dopo tanti anni, dopo tanti errori, cadute, risalite, sogni, incubi, feste, sorrisi, baci, corse e pianti, obiettivi raggiunti, pericoli scampati, scelte, perdoni, impegno, distrazioni, fatiche e stanchezze, ci si sente così strapazzati da non sentire la certezza di saper spiegare al proprio figlio cos'è l'amore.

Che se mi svegliassi nel sonno e me lo chiedessi ti direi che l'amore vero, quello puro, quello per cui metterei la mano sul fuoco, la mia vita davanti a tutto, per cui il mio cuore non ha mai esitato è stato quello per te, quello di padre, quello di papà.
Che se me lo chiedi stasera che ripenso ai tuoi messaggi d'amore puro che hai scritto (e mi hai voluto mostrare) inventando tenerezze che nemmeno credevo fossero fiorite dentro di te, ti dico che l'amore vero, quello puro, è proprio quello che stai per conoscere, che stai per incontrare, che sta sbocciando dentro di te ed intorno a te, il primo.

Ecco si, forse l'amore dà il meglio di sé  e ci fa i doni migliori quando abbiamo lo sguardo che scruta l'infinito come fai tu oppure quando possiamo guardare la vita della nostra vita che fiorisce come sto facendo adesso io con te.
Quello che c'è in mezzo è lotta, speranza, intreccio su se stessi, intreccio con altri e non si sa mai se si ama se stessi, se si ama l'amore, se si ama l'altro o se amare sia tutte e tre le cose.

Ma per questo avrai tempo, amore mio.



 


04 aprile 2013

Il papà aquila


Il papà-aquila, la sera torna a casa, con l'energia e la voglia che solo chi sa di avere molto da fare può avere. Ha tre cuccioli che lo attendono, che stanno contando le ore e i minuti per sapere quand'è che torna papà, e nemmeno capiscono tanto bene cosa ci sia poi di così importante da farlo stare lontano da loro tutto questo tempo, tutte queste ore.
Il papà-aquila, la sera, torna a casa e sa che non può prevedere che cosa lo attenderà, perchè non sa e non può sapere, quale strategia si sarà inventato ognuno di quei tre piccoli cuccioli per vincere la gara per arraffare più coccole degli altri due, oppure per arraffare almeno le prime.
Il papà-aquila appoggia il dito sul campanello ma si ferma un attimo per far mente locale e per prepararsi.
Il piccolo (2) potrebbe correre ad aprire la porta urlado "Apro me, apro me" e guai a chi si permette di aprire la porta al posto suo. Potrebbe lanciarsi a tutta velocità in un abbraccio appassionato, noncurante del fatto di essere alto proprio come alcune parti del corpo del papà-aquila che purtroppo non sono di ferro. Ma il papà-aquila sa sorridere e sa fare le feste anche se non ha più fiato e per di più ha anche imparato alcune mosse preventive per evitare proprio il peggio.
Il medio (8) potrebbe invece rispolverare il suo grande classico della finta arrabbiatura, che consiste nel avvicinarsi alla porta e non appena lo sguardo del papà-aquila ha incrociato il suo far scattare un gesto di stizza, che so, il lancio di un oggetto, un calcio ad un divano, un tuffo a terra che assomiglia ad una straccionata, in modo che il papà-aquila, attento e vigile gli rivolga subito un'attenzione, una domanda di preoccupazione, una parola di conforto.
Il grande (11) invece potrebbe sfoderare l'esperta mossa del giusto, mettendosi in scia al piccino (ed approfittando del papà-aquila piegato in due), potrebbe allungargli un bel bacino e cominciare ad enunciare la lunga lista delle cose giudiziosamente fatte, come compiti, ordine in camera, apparecchiamento tavola, così da comprarsi l'attenzione ammirata.
Il papà-aquila sta di nuovo per suonare ma esita ancora perchè è abbastanza esperto per sapere che potrebbe invece essere tutto diverso e lui deve essere pronto.
Il piccolo potrebbe aver fatto dannare la tata sparando pappa dappertutto e strappando l'abum delle figu del medio, il medio potrebbe aver sclerato gettandosi nell'angolo del divano con dito lercio in bocca malgrado i suoi 8 anni, dimenticando ad arte di fare quei quattro compiti in croce che aveva promesso di fare, il grande potrebbe essere davanti alla play station con volume a palla, incurante del fatto che sta occupando la TV per i suoi comodacci e gioca litigando col medio senza badare alle lamentele della tata che con quel rumore non riesce a far mangiare il piccolo.
Ora che il papà aquila è pronto suona.
E' pronto a entrare e a veder la gioia ma è anche pronto a veder crollare in un attimo tutti i sogni fatti in quel breve viaggio di rientro dall'ufficio nel quale ha immaginato il meglio ma che potrebbe invece averlo condotto verso il peggio.
Perchè il papà-aquila quando i suoi cuccioli sono vicini deve essere pronto a volare alto per dare la direzione del cammino (che a volte la direzione va data stando lontano), ma deve essere anche pronto a scendere a terra (che a volte il suo volo forte e sicuro non basta per farsi sentire, per dare sicurezza, ma serve il calore delle sue piume, la protezione delle sue ali). E poi il papà-aquila sa che per ogni cucciolo occorrerà un linguaggio, perchè ogni cuccciolo ha occhi diversi, orecchie diverse, umore diverso, sensibilità diversa e quello che è efficace per uno può essere impreciso con l'altro e sbagliatissimo con l'altro ancora, e sa pure - il papà-aquila - che quello che a 11 anni si capisce, a 8 anni si ha bisogno di sentirlo dire e a 2 anni si ha bisogno di sentirlo sulla pelle.
E così ci sarà bisogno di sguardi, di parole e di mani, ci sarà bisogno di intesa, di spiegazioni e di coccole. Ci sarà bisogno di un papà-aquila che dall'alto cerchi di vedere tutto questo e che poi scenda per cercare di dare e prendere tutto ciò che sembra necessario.  
Ci sarà bisogno di energia, di attenzione, di occhi che vedono, di testa sgombra, di forza, di coraggio, di pazienza.
Insomma ci sarà bisogno di un miracolo. Un miracolo che non sempre avviene, perchè ci sono sere in cui il papà-aquila, quando suona alla porta, crede di essere pronto per tutto questo, ma non lo è.

Allora, quella sera, quando tutti dormono, il papà-aquila scende dal cielo ed appoggia il viso su ciascuno dei suoi cuccioli ed ascoltando il respiro del loro sonno tranquillo, chiude gli occhi e confessa.
Confessa di averli visti quegli sguardi di richiesta di attenzioni, di averli capiti quei gesti che desideravano solo attirare l'attenzione, di averla sentita quella calda necessità di coccole nascosta dietro il capriccio, ma di non aver avuto la capacità, l'energia e la forza per raccoglierli per restituire il gesto d'amore che sarebbe servito.

Ecco amori miei, adesso il papà-aquila è sceso, adesso è qui, speriamo che valga, speriamo che si senta, spreriamo che mi sentiate. Buonanotte.

27 marzo 2013

Coccodrilli e baci


Ci sono cose che un figlio non deve sapere.
Che mica tutto quello che decidono i genitori deve essere spiegato! Eccheccavolo, vabbè la trasparenza, vabbè l'educazione condivisa, vabbè la pariteticità, vabbè tutto, ma certe cose no. Certe cose vanno lasciate lì, a mezz'asta, dette e non dette, che mica abbiamo sempre voglia di far passare al setaccio tutti i motivi delle nostre decisioni.
Così stamattina, mentre mi facevo la barba, ho atteso come un coccodrillo che Samu (11) commettesse un errore, il più banale, per sentenziare: "Stasera dal nonno non ci vai".
"Non me ne importa niente che quando c'è una partita "è un rito" andare dal nonno, e neppure che te l'ha promesso e gliel'hai promesso. Il fatto è che non si parla così alla mamma appena svegli e anche se ci si sveglia con l'umore inverso non è bello che in casa ci sia uno di noi che tratta male gli altri di prima mattina.
Già ieri sera con la questione della valigia da fare per il week end a sciare invitato dal tuo amichetto mi hai fatto inversare l'umore, che sembra tutto dovuto, che ti comporti come un principino, che fai tanto lo sbruffone ma poi quando c'è da dimostrare di essere indipendente, sei li a lamentarti che non trovi tutto fatto".
"Fede, che c'hai stamattina?" (moglie).
"Non ho niente". ... che certe cose nemmeno alle mogli vanno dette, sennò poi scoprono i tuoi nuovi punti deboli e sei fritto.

Ho che questa settimana lavorerò tanto e tornerò tardi la sera e vedrò i miei piccoli troppo poco. Ho che oggi è già Martedì e se domani pomeriggio Samu parte e sta via per tutto il fine settimana, io non lo vedo per un sacco di giorni. Ho che se almeno stasera non ce l'ho vicino mentre mi guardo la partita, e non me lo posso un po' coccolare, e non posso un po' sentire i suoi commenti appassionati su Balotelli ed El Sharawy e non posso vederlo sorridere raggiante ad ogni azione dell'Italia, so già che mi mancherà l'aria per tanti giorni. Ho che se stasera non faccio la scorta di Samu, io sento che mi mancherà troppo. Ho che quindi stasera a calcio lo vado a prendere io, come un innamorato che vuole vedere ad ogni costo il suo amore e mendica ogni istante della sua presenza. Ho che ho voglia di vedermelo arrivare incontro per portarmelo a casa e pregherò che arrivi su dalle scalette del campo con un sorriso e non con il broncetto incavolato perchè gli ho fatto saltare il programma col nonno. Perchè stasera ho bisogno del suo sorriso, dei suoi sorrisi, dei suoi occhi da cerbiattino, dei suoi capelli a spazzoletta perchè devo farne scorta, che poi lui parte e ogni volta che lo fa già mi fa capire che lo rifarà, e lo rifarà sempre più spesso, perchè sta diventando grande e diventerà sempre più grande, ed io non sono pronto, non mi sento pronto, forse non lo sarò mai.

Ecco cos'è che un figlio non deve sapere. Perchè quando un figlio parte bisogna che senta lo slancio dell'incoraggiamento e non la malinconia dell'assenza.
Magari quella la vede, la capisce, la sente, ma la tiene per sè, ... che certe cose un papà non le deve sapere.

20 marzo 2013

Sorrido al mondo


A volte io mi fermo / qualsiasi cosa faccia / un piccolo pensiero si stacca da me / lo vedi trasparente / alzarsi sopra i tetti / sfruttare le correnti / per raggiungere te / e non ha bisogno di sapere / dove andare

Io faccio / la vita / di sempre / ma in ogni gesto metto il tuo ricordo / sorrido al mondo / aspettando un giorno / di riaverti accanto / e parlo / con te / ogni sera / e ti racconto che qui è primavera / che ho molta cura di me stesso / e quel che mi hai dato tu

Spesso mi fermo al mare / c'è ancora poca gente / non faccio quasi niente / mi siedo e resto lì / ma nel segreto di un silenzio / ti sto chiamando

Io guardo lontano / più forte / da qualche parte so che mi risponde / un tuo saluto / e il tuo ricordo si fa spina nel fianco / e parlo / con te / ogni sera / di piccoli progetti senza fretta / spalanco il cielo / è luna piena / e stasera vengo da te

18 marzo 2013

La nonna americana




Lo so, avrò nostalgia di questi giorni, di questi anni, di questa mia età, di questa vostra età.
Dopo giornate come queste, dopo week end come questi, dove vi ho avuti addosso, a letto, di fronte a mangiare, di fianco a fare i compiti, sopra a fare la lotta, sotto a tagliare i capelli con la macchinetta, nella stanza a fianco a far troppo rumore perchè io potessi riposare, o a fare ridicolamente piano per permettermi di finire una telefonata, ma invece eravate rumorosissimi e scemissi a ridere urlandovi sottovoce "Shhhhhhhhhh piano che papà è al telefono", dopo che ho preso acqua e freddo per guardare una zuffa tra bimbi che avrebbe dovuto sembrare una partita di rugby under 10 e dopo che ho preso altrettanta acqua e altrettanto freddo per assistere ad una zuffa tra genitori che avrebbe voluto assomigliare ad una partita di calcio under 12, dopo che ho fatto una doccetta con shampoo e balsamo a un cinghialetto sgusciante, con phon e pulizia orecchie che è sembrata una lotta per poi ritrovare il suddetto cinghialetto felice di nuovo sotto la doccia con i fratelli grandi a ridere dello scherzo che mi aveva fatto. Dopo tutto questo e molto altro ancora, mi resta addosso una felicità mista a malinconia che sembra la somma della gioia di avere avuto tutta questa meraviglia da vivere e avere la sensazione che sta passando e presto sarà un ricordo e forse un giorno sarà uno di quei ricordi che mi aiuterà a vivere sorridendo.
Ora che dormite, nelle vostre camerette ripulite da tutti i giocattoli rotti, da tutti i vestiti piccoli tolti dai cassetti, dalle centinaia di oggetti strampalati nascosti con attenzione negli angoli più nascosti dell'armadio "Così mio fratello non me li prende", e dopo mille contrattazioni per capire se davvero l'oggetto rinvenuto era di un qualche valore affettivo o se non fosse una "rumenta" dimenticata e quindi cestinabile, mi ascolto questa canzoncina assurda ma felice che mi avete trionfalmente presentato sul ipad di casa e penso che mi ricorderà per sempre la vostra gioia, la vostra acerba freschezza, la mia vita felice, la nostra vita felice.
Ora che dormite, posso finalmente scrollarmi di dosso la rabbia per quello che mi ha disubbidito, per quell'altro che mi ha risposto o per quall'altro ancora che sta diventando un bel caratterino e ad ogni "no" fa volare la prima cosa che gli passa per le mani. Ora che dormite, posso togliermi il cappello da papà che deve tenere il punto, e mi lascio pervadere da questa gioia malinconica che mi fa sentire come quelle nonne americane vestite di celeste che passano le sere a piangere guardando le foto dei figli attaccate alle pareti.

Sdolcinato e languido, così senza ritegno. Ma si, che me frega ... tanto il mio blog ancora non lo leggete.

Ora che dormite e mi avete regalato, senza saperlo, un altro mattoncino da mettere nella mia vita felice, sto qui a sentire e risentire questa canzoncina fresca e gioiosa per cercare di fissare nella mente e nella memoria tutta questa felicità che siete e mi date, per non ritrovarmi un giorno a pensare di non aver capito fino in fondo l'immensità di tutto questo, per non aver vissuto fino in fondo questi momenti unici, per non aver capito, che la vita è adesso.
........ ecco, ci mancava Baglioni. Toccato il fondo, posso andarmene a letto, va.

16 dicembre 2012

Le braccia tese



Il mio piccolino (2) aveva un ciuffetto argentato sulla testa, tenuto su con una molletta, una maglietta bianca sporca di sugo un po' corta dalla quale spuntava la sua panzetta da camionista ed un paio di alucce bianche e argento sulle spalle che dio solo sa come abbiano fatto a mettergliele e a non fargliele strappare dopo mezzo secondo.
Conciati come lui, tutti gli altri bimbi del nido, con la faccia attonita da recita, stupiti dal giorno di festa, stupiti da tutta quella gente e forse anche un po' stupiti di essere stati conciati così. Mio figlio - soprattutto - sarebbe stato più adatto vestito da boscaiolo, oppure da uomo delle caverne, oppure da spazzacamino. Da angioletto, francamente, non ha le fisique du ròle. Ma il colpo d'occhio è bello, i bimbi felici, le maestre bravissime.

Da questa parte mille genitori urlanti, salutanti, sghignazzanti, preoccupanti, raccomandanti, commentanti, sopportanti. Amore sono qui, tesoro sono arrivato, stellina eccomi, papà arriva fra poco, la mamma non viene, guarda là che c'è il nonno, non guardare qui, ascolta la maestra, non ti fare riconoscere obbedisci, togli le dita dal naso, ma non sarà leggera solo con la maglietta, stai più in là che c'è corrente, vai al centro che faccio il filmino, sorridi un po', ci stai fermo un attimo.
Genitori allegri, genitori scazzati, genitori un po' e un po', genitori ironici per giustificare il troppo scazzo e la poca allegria, genitori trafelati arrivati di corsa come per timbrare il cartellino in tempo, genitori al telefono con l'altro genitore: ma dove sei!? ti avevo detto le 16 non le 17!.

In mezzo a questo circo, io. Non posso pensare altro che a lui, 38 anni, lo conoscevo poco, conoscevo meglio la moglie ed i suoi 4 bimbi. Li avevo visti giocare nel giardino sotto casa. Avevo visto i loro occhi vivaci, felici, li avevo visti correre dietro ad un pallone, li avevo visti giocare col loro papà. avevo visto abbastanza per capire l'intesa, l'amore, la confidenza, la capacità di giocare insieme. Era un bel papà, un bravo papà. E quella mattina ha portato i suoi figli a scuola e poi, puff è finito su una nuvoletta, a fare l'angioletto anche lui, senza avvisare, senza salutare.
In mezzo a questa festa, piena di gioia, di sorrisi, ma anche di fatica, di rincorse, di noia, di routine, penso solo a lui. Mi domando quanto oro darebbero quei quattro bimbi e quella moglie per vedere entrare alla recita quel bravo papà. Magari anche in ritardo, magari anche con lo scazzo, magari solo dopo una telefonata della mamma a ricordargli l'orario.
Mi domando se la vita, quando ti porta via su una nuvoletta, ti lascia lo strazio di tendere le mani invano verso i tuoi figli oppure se - come dicono - ti regala una serenità ed una forza che ti fa sorridere ai poveri dolori di chi resta a fare i conti con il dolore e l'assenza. Mi domando se sopra la stanza della recita di quei quattro cucciolini, una stanza come quella del nostro asilo, c'erano le braccia tese di un papà angioletto che, disperato, cercava l'ultimo abbraccio d'amore, oppure se c'era il suo caldo abbraccio di presenza, di conforto. Mi domando se le braccia tese dei suoi quattro angioletti riescono a toccare qualcosa, qualcuno, almeno oggi che è il giorno che c'eri ma non ci sei più.

Resto attonito in mezzo alla festa. vorrei fermare tutti e dir loro di non essere scazzati, annoiati, che è una fortuna, una gioia, un regalo che altri pagherebbero milioni, vorrei che tutti tendessero le mani, per sentire e farsi sentire.
Piango e mi sento sciocco, che piangere ad una recita fa sembrare sciocchi, ma vedere mio figlio che si volta a cercarmi e mi sorride mi fa pensare ai quattro bimbi che vorrebbero potersi voltare e non lo potranno più fare. Allora piango. Sono lacrime da papà, non da amico, lo so. Ma oggi, che sei andato di corsa su una nuvoletta - caro Nicola - oggi che non riesco a capire se Dio mi sembra vicinissimo o lontanissimo, oggi hai insegnato a tutti i papà che ti conoscono e ti hanno conosciuto, a tendere le braccia verso i propri figli e a ripondere con uno slancio alle loro braccia tese.

 

09 dicembre 2012

Ora l'ho capito.



Questo week end vi ho detestati. Tutti.

Ho detestato te, amore mio ribelle, che quando hai il diavoletto dentro non ti si può neppure catturare lo sguardo, che mi dici "si" ma chissà cosa pensi, chissà cosa hai sentito, chissà se mi hai sentito. Che mi implori di aiutarti a fare i compiti, poi quando ti chideo un bricciolo di attenzione, un attimo di concentrazione, un minuto di applicazione per imparare a capire il concetto e non appicicarti le regole a memoria, ridi, ridacchi, tiri a indovinare, vai per la tua strada. In quel momento hai le chiavi dei miei nervi, hai la leva del mio equilibrio. La sfiori e sono giù nel baratro, e la voce si alza, le mani fremono, la voglia di lasciarti li, solo nel mezzo del guado è irresistibile, tu solo con la maestra davanti ai tuoi quaderni vuoti, senza compiti, senza lavoro, senza aiuto, senza crescita, senza il frutto delle nostre fatiche, dei mille trucchetti per farti ragionare e capire, senza il tuo ordine a corrente alternata, i tuoi nove scritti malissimo, la tua grafia che può essere orrenda e stupenda. Ho detestato la tua dipendenza per i compiti che a 8 anni mi sembra eccessiva e la tua indipendenza nel farti scivolare sopra la mia sgridata, la più terribile che ti ho mai fatto, la più violenta, la più rabbiosa. Mi sono spaventato dei tuoi occhi mentre ti sgridavo e mi sono irritato e scompisciato per la sfacciataggine con la quale dopo pochi minuti dalla sgridata sei tornato quello di prima.

Ho detestato anche te, piccolo essere grassottello, che ogni giorno mi sembri mostruosamente fuori misura per i tuoi 2 anni. Troppi kg per aver 2 anni, troppo energico per avere 2 anni, troppo grintoso per avere 2 anni, troppo indietro nel parlare per avere 2 anni, troppo scaltro per avere 2 anni, troppo simpatico per avere 2 anni, troppo prepotente per avere 2 anni. Ho detestato che tu non abbia dormito in auto durante il viaggio lamentandoti delle cinture e cercando di scendere dal seggiollino per mille volte, ho detestato che abbia escogitato ogni gioco che metteva a rischio gli oggetti più fragili della casa, che tu non soportassi di stare a casa quando non si poteva far diverso, che non fossi contento quando poi siamo usciti, che c'era qualcosa di incomprensibile che ti faceva continuare a rugnare. A mangiare mai fermo, sul passeggino mai calmo, a giocare solo dove c'era da sporcarsi o c'era pericolo. E poi stasera, per andare a nanna, che nessuno degli stratagemmi andava bene, il bibe si ma poi ancora agitato, le coccole si ma poi volevi scendere, le fotine sul cell e i fimlini sul cell di papà che ti fanno sempre ridere si, ma poi "ancoia, ancoia" e pianti perchè erano finiti.

Ho detestato pure te, piccolo ometto dallo sguardo serio ed il cuore tenero. Quando hai pianto mentre sgridavo tuo fratello così forte che non mi avevi mai visto così arrabiato, ma poi non hai avuto nemmeno un guizzo, un fremito, un gesto di istinto che ti portasse da lui a consolarlo, che la mamma non c'era e certo non potevo farlo io. Mai che ti veda fare un gesto d'amore per lui, eppure so che lo ami ma farlo vedere sembra un disonore. E poi questa tua indipendenza, che ti ha fatto rimanere qui con i nonni, per l'ennesima volta, per poter giocare a pallone con la tua squadra e nemmeno uno sguardo che mi faccia capire che ti siamo mancati. Sei troppo grande, sei già così grande, hai solo 12 anni e già ti sento sfuggire via dalle mei coccole, dalla tua dipendenza da me, da noi, hai già la tua vita, i tuoi segreti, i tuoi rifugi mentali, sentimentali. Avrei voluto sentirti più vicino quando siamo tornati, avrei voluto parlarti della sgridata dell'altro giorno, essere rincuorato di esser stato così brusco, pessimo. Avrei voluto essere rassicurato di non aver fatto troppi danni, avrei voluto parlarti e sentirti parlare per capire che cosa avevano visto i tuoi occhi, sentito le tue orecchie. Avrei voluto che rimanessi con noi il week end per guardarti e capirlo. Invece sei stato solo, col tuo calcio, coi tuoi nonni, coi tuoi pensieri, a riorganizzarti le idee e il cuore, da solo, da grande.

E poi ho detestato te, che mi fai fare questa vita di corsa, che mi hai regalato questa vita di corsa, con la quale ho costruito questa vita di corsa, che quando sono stanco mi sembra una sfacchinata orribile, quando sto correndo mi sembra una follia inutile, quando sono dentro il turbine mi sembra di essere un panno in una lavatrice. Detesto sentire che per essere felici bisogna correre, che per vivere bisogna solo e sempre muoversi, fare, inventare, mentre sarebbe così bello essere felici per quello che c'è, per come è, per come arriva. vorrei oziare, dormire, aspettare, guardare, camminare, lasciare che le idee vengano, che le giornate si inventino da sole, che scorrano rotolando distrattamente. Invece tutto è corsa, rincorsa, organizzare, prevedere, prevenire, preparare.

E poi, adesso, che sfinita dormi, col grassottello che finalmente  ha capitolato, con il diavoletto che ha trovato ancora mille stratagemmi per raccattare coccole, bicchieri d'acqua e goccine per il naso, e l'ometto che prima di addormentarsi mi ha finalmente detto che aspettava un po' di silenzio per raccontarmi i suoi 4 goals prima di dormire, ecco, ora ... non vi detesto più.
Ora ripenso alla nostra giornata e sorrido. Sorrido perchè se la vedessi in un filmino super8 muto, riderei a crepapelle dei nervosismi, degli urli, delle sfuriate, dei capricci, delle stancate. Se penso al filmino in super8 della giornata di oggi, so che quel filmino è il filmino della vita, della felicità. Il filmino di una giornata di chi ha tutto e basta dargli un momento di respiro per guardarsi indietro perchè lo capisca.  Io, ora, l'ho capito.

E' stato un week-end favoloso, amori miei.

20 novembre 2012

Una goccia per papà



Ci sono notti che anche i papà hanno nostalgia, ma valla a speigare la malinconia ad un cucciolotto di otto anni che ti guarda come si guarda una roccia, oppure prova a giustificare una lacrimuccia ad un ragazzino di undici anni che ogni foglia che si muove vuole sapere il perchè ed il percome. Allora ben venga un cucciolotto di due anni, morbidissimo, assonnato, che vuole essere messo a letto ma vuole anche qualche parola, qualche vocina, qualche racconto, del quale godrà solo i rumori, le intonazioni, le faccette che il papà saprà inventarsi.
Stanotte amore mio ti racconto un'altra avventura dell'ape dei sogni. Lo sai l'ape dei sogni dove vola questa notte? Questa notte l'ape dei sogni vola altissimo, così in alto che arriva sulla nuvoletta del nonno Aldo.

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Ciao nonno come si sta su questa nuvoletta morbida? Bene? che ridere che fai nonno, i tuoi capelli sono così bianchi che nemmeno si vedono in mezzo a questa nuvoletta soffice, i tuoi denti lunghi invece si, che tutti quei sigari che hai fumato e la pipa che rosicchiavi sempre, te li hanno ingialliti, spaccati, segnati. Ricordo ancora quel giorno che mangiando ne hai perso uno, dicevi che era stato l'osso della carne, ma stavi mangiando fegato, risero tutti, i nipotini, la nonna, la Rina che cucinava. Che bello che è quassù nonno. La nonna che ti amava e ti ama ancora, non ne può più di non vederti e sta laggiù ormai da cento anni e aspetta pazientemente di rivederti. Deve chiederti tante cose, raccontarti di questi 25 anni senza di te, nei quali è stata forte, simpatica, cazzuta e brontolona come non era stata mai. solo tu sapevi tenerla buona. Bastava un "taci Gina" e lei .... taceva. E poi deve dirti dei nipoti, che sono 6, quasi tutti maschietti.

Attento piccolo, l'ape si è rimessa a volare zzzzzzzzzzzz. Dove va quest'apina monella? Nooooo, sul nasone del nonno, accidenti Piti, si è posata proprio sulla gobbetta del nasone del nonno. Uhhhhh vediamo che succede.

Ehi nonno che bel nasone. E questo dove lo hai trovato? Sei l'unico in famiglia ad averlo, ma come. Tua figlia, la nonna Tetè, non ce l'ha, la zia Franci nemmeno, papà Fede nemmeno, Samu e Ale no. Matti Giova e Chiaretta neppure .... aspetta un po' ..... fammi guardare in quella culletta giù a Genova ..... zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz, non mi dire ....... non mi dire che la tua gobbetta te l'ha rubata quel cicciottello di Piti zzzzzzzzzzzzzzzzzzz si si, qui c'è una gobbettina bella e buona zzzzzzzzzzzzzzz huhuhuhuhuhuh ma senti qui zzzzzzzzzzzz si si. Chissà se questa gobbetta gliel'hai passata tu o la mamma Marci, che anche lei un po' ce l'ha.

Attenzione Piti, emergenza, l'ape vola ancora zzzzzzzzzzzzz e dove va? uhuhuhuhuhuh pericolo, si è appoggiata sulle mani del nonno.

Ehi nonno lo sai che mi ha raccontato papà Fede che quando lo portavi ai giardini di Nervi aspettava con trepidazione di salire sull'autobus con te, per vederti arrotolare il piccolo biglietto rosa ed infilarlo sotto la vera. Avevi le mani grandi e secche e lui le conosceva solo per quando gli davi la mano negli attraversamenti stringendo un po' più del dovuto, o per quando passava le ore a guardarti giocare a bocce a Limone, col tuo straccetto giallo in una mano e le bocce a quadrettini piccoli nell'altra. Per il resto non le conosceva perchè tu non sapevi dare le carezze. Non te le avevano mai date e non le sapevi dare. Non sapevi nemeno dare i baci, e neppure prenderli. Tiravi un po' il viso in avanti e gli battevi frettolosamente una mano sulla testa. Per fargli sapere che lo amavi usavi gli occhi. Occhi che ridevano al suo arrivo, che lo seguivano in ogni corsa dietro ad un pallone, o ad ogni curva delle garette di sci. Occhi che vedevano sempre cose grandiose, belle, stupende, meravigliose. Occhi orgogliosi e ciechi di nonno innamorato.

zzzzzzzzzzzzzzzzz attenzione attenzione ......... l'ape vola ancora ......... emergenzaaaaaaaa ..... emergenza ....... l'ape si è impigliata, nelle sopracciglia folte del nonno.

Ehi nonno fammi un po' vedere? Ma che cosa vedo? Una lacrima? Nooooooooooo nonno, che cosa c'è? Ah forse lo so. Me lo ha detto papà Fede che gli ultimi giorni che sei stato giù con lui, vi vedevate in quel giardino dell'ospedale. Lui faceva fatica a venire a trovarti, non perchè eri lontano, non perchè non avesse tempo, non perchè non fossi nei suoi pensieri, ma perchè sapeva già come sarebbe andata a finire e quel pensiero gli offuscava la mente, gli occupava i pensieri e non trovava le parole, non trovava un modo per riuscire a darti un po' di gioia. O forse aveva solo paura che tu capissi. O forse aveva paura e basta. Paura per te, paura di non averti più. Ogni volta che ti diceva "Nonno adesso devo andare", tu sorridevi e ribattevi frettolosamente la mano sulla sua testa, ma i tuoi occhi ti tradivano e diventavano lucidi.

zzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Aspetta un po' nonno, facciamo così. Facciamo che adesso io volo vicino al tuo viso e rubo una tua lacrima e la porto in dono giù a papà Fede, così sorriderà per tutti i giorni felici che vi siete regalati e a tutti i sogni belli che vi siete lasciati per le notti di questi 25 anni.

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

Buonasera Papà Fede, ti ho portato una goccia da una nuvoletta bianca. 
.... adesso puoi sorridere.

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz.

28 ottobre 2012

CIAO ....


Da quando ho i bimbi mi sono accorto che - con loro - non riesco più a salutare in maniera semplice. Non esiste più il "ciao" puro e semplice. Devo sempre aggiungere qualcosa, una postilla, un commento, un corollario, un consiglio, una raccomandazione, un vezzeggiativo, un imperativo, un'affettuosità.
"Ciao amore, ricordati di ..." "Ciao tesoro, mi raccomando ...", "Ciao cucciolo, divertiti, fai il bravo, copriti, non prendere freddo, dai un'occhiata a tuo fratello, occhio ad attraversare .....".
Quello che è peggio - poi - è che malgrado questa aggiuntina, il saluto mi sembra sempre insufficiente. Avrei voluto raccomandarmi un po' di più, verificare meglio se aveva capito, essere più rassicurante, più affettivo, meno mieloso, più fiducioso, ...... insomma più tutto e meno tutto.
Ogni saluto, ogni piccolo o grande distacco, mi fa sentire come quando si consegnava un compito in classe e - tant'è - una sbirciatina, una rilettura la si dava ancora, così per sicurezza, oppure come quando ancora oggi si scrive una mail importante ed il cursore è già sul pulsante invia, ma prima di cliccare si aspetta un attimo, si riguarda tutto per controllare che no ci siano errori.

Poi, consegnato il compito in classe, inviata la mail, salutato il figlio che va via da solo, cominciano i piccoli rosicchi d'ansia.
Saprà cavarsela da solo? saprà sopportare le sconfitte senza abbattersi, riconoscere i pericoli senza esserci già dentro, gioire delle fortune senza essere arrogante, difendersi dalle prepotenze senza esserne vinto?
Saprà già vivere questo cucciolo di uomo che guardo attraversare la strada sulle strisce davanti alla scuola, come se guardarlo lo potesse proteggere per l'ultimo minuto prima che incontri la vita? Avrà già capito abbastanza dai nostri insegnamenti per potersi destreggiare tra le fila di tutti questi personaggi di cui la sua vita si sta popolando? Sarà già capace di aggiungere insegnamenti nuovi a quelli che tenacemente abbiamo cercato di dargli come patrimonio di esperienza? Sarò capace - questa sera - a spiegargli il significato di tutte le cose nuove che gli saranno capitate, sarò capace di valorizzare quelle giuste e allontanare dalla sua testa quelle sbagliate? Sarò capace di riconoscerle, quelle giuste e quelle sbagliate?

"Ciao amore, buonagiornata, ci vediamo stasera". (ecco vedete ...)

05 ottobre 2012

Bernardo dice (1)

(...) La tua ferma volontà di mettere i tuoi passi laddove gli altri non riescono nemmeno a mettere il pensiero, fa di te - amico mio - l'uomo che sogna. (...)

.. .. .. ..

03 ottobre 2012

Sport violento o violenza nello sport?


Oggi sugli spalti del secondo allenamento di Rugby di mio figlio (8) mi chiedevo: "Cosa vuol dire uno sport violento?.

Nessuno vuole uno sport violento per il proprio figlio. Si può temere che si faccia male, oppure si può temere che qualcuno gli faccia male, oppure che veda, impari ed interiorizzi atteggiamenti violenti o, ancora, che qualcuno sia violento con lui, non soltanto fisicamente.

Allora, nell'ozio degli spalti, mi sono venute in mente tre immagini:
la prima quella vista praticamente l'istante precedente quando un bimbo, ben piazzato, ha atterrato mio figlio catapultandosi con la sua spalla fra le sue gambe facendolo cadere rovinosamente (ma con la palla ovale stretta fra le braccia);
la seconda quella di domenica scorsa quando ho assistito ad una partita di bimbi del 2003 e ho dovuto subire il supplizio di un mister invasato che ha ragliato per tutta la partita, vomitando urli, insulti, lamentele, critiche ai bambini, critiche all'arbitro e altre bassezze, fino a che - per fortuna - la sua squadra ha vinto. Dopodiché ha salutato tutti cordialmente a fine partita, con un sorriso di scherno come dire: "sapete ... era la partita, ma ora che abbiamo vinto ... mi è passata";
la terza quella di un paio di settimane fa quando il papà di un compagno del mio grande (11) ha blandamente, velatamente, insistentemente, educatamente- ma definitivamente - convinto suo figlio a giocare nella squadretta quotata dove era iscritto da due anni malgrado la richiesta del piccolo di andarsene visto che il nuovo mister e l'ambiente non gli piacevano più.


Finita la carrellata, il primo pensiero è stato che la violenza molto spesso non è nel gesto atletico, anche se tremendamente di impatto. Penso infatti di poter dire che in molti contrasti del calcio, in molti contatti del rugby, addirittura nei colpi della boxe (l'elenco di esempi potrebbe essere infinito) non c'è violenza. Intendo dire che l'idea che sta dietro a quei gesti non ha finalità violente o, cosa ancor più importante, non sono gesti che l'atleta fa per sfogare un suo istinto violento (quando succede il gioco si ferma e c'è la sanzione).

Penso invece che sia più facile trovare la violenza nella cultura che uno sport propone e propugna. Se in uno sport il dio è la vittoria con qualsiasi mezzo, allora ci saranno sempre mister che abbaiano in panchina, genitori che si azzuffano sugli spalti e bambini stressati che piangono quando perdono e non si divertono.
Dietro agli urli di un mister invasato o nelle parole striscianti di un padre manipolatore c'è - sotteso e palpabile - un messaggio violento.
Nel mister che abbaia, violenza nei confronti dell'amor proprio dei bambini che spesso per compiacerlo, piacergli ed accontentarlo vanno alla ricerca dei peggiori istinti che riescono a trovare dentro loro stessi o attingendo ai peggiori esempi reperiti nell'ampio mercato televisivo e sportivo. Ci vuole poco perchè si insinui in un ragazzino il concetto per cui: "Se mi butto in area e mi danno un rigore magari vinciamo, se do una calcione al più bravo degli altri magari lo intimorisco e gioca peggio, se meno gli avversari la prossima partita l'allenatore mi fa giocare perchè sono un duro".
Nel padre strisciante, la violenza sta nel non voler dare ascolto a precise e argomentate richieste di un figlio il quale per compiacerlo, piacergli ed accontentarlo mette in cantina le sue priorità e sensibilità, costretto a vivere la vita che quel papà ha ipotizzato per lui senza verificare l'esattezza della scelta. Ecco allora affiorare nel bimbo pensieri come:"Se lascio questa squadra ti deludo, se resto in questo club non ti arrabbi che so che ci tieni tanto, forse quello che desidero io è sbagliato".

Quindi mi sembra di poter concludere che - forse - non è corretto di parlare di sport violenti, ma di violenza nello sport  e - guarda caso - la violenza è sempre accompagnata da ignoranza e impreparazione.

Purtroppo sulle panchine del calcio giovanile spesso permettiamo che siedano persone che non hanno la minima preparazione e la minima cultura pedagogica.
Malgrado questo, anche quelle scuole calcio hanno la fila di genitori (miopi e impreparati anche loro) che vogliono iscrivere i loro bambini.

Bene, finiti questi bei pensieri, adesso devo trovare una bella spiegazione plausibile da raccontare a mia moglie, visto che mio figlio ha finito l'allenamento con un bel livido sulla coscia destra. Però è felice.
.. .. .. ..















02 ottobre 2012

Per il Rugby ci vuole il fisico


Coronando il sogno della mia vita di genitore di tre maschi (11,8,2) l'altro giorno ho varcato la porta della Decathlon e ho pronunciasto la seguente frase: "Scusi, la roba da rugby per bambini dov'è?".
Io non so quante volte ero passato davanti a quegli scaffali provando un profondo senso di invidia. Invidia in tutti i sensi: intanto perchè la roba da rugby è infinitamente più bella di quella da calcio, poi perchè vedendo certe divise elasticizzate e rinforzate ho sempre pensato che per potersele mettere senza sembrare dei camionisti a fine carriera, bisognasse avere un fisico bestiale, e i rugbysti hanno un fisico bestiale, ma soprattutto perchè il rugby è sempre stato il mio sogno in termini di educazione sportiva, di valori trasmessi ai ragazzi, di eccellenza in tutta la filosofia che l'intero movimento propone e sostiene.
Ora che mio figlio Alessandro (8), dopo una semplice lezione di prova, ha sentenziato che vuole iscriversi al Genova Rugby, non me la voglio perdere l'occasione di entrare in questo mondo e quindi tutti i mezzucci da padre rinforzante sono scattati.
"Amore, non ti servirà mica un caschetto e un paradenti per la prossima lezione? Facciamo mica un salto da DECATHLONNNNNNNNNNNNNNNNNNNN?" (parola magica da enfatizzare sempre).
"Si papiiiiiiiiiiiii, e mi servono anche le scarpe, le calze e anche una maglietta".
"No, calma, le scarpe sono quelle da calcio e la roba per ora va bene quella che hai, comunque andiamo".

L'inserviente è gentile, anzi gentilissimo e io - ormai intrippato - penso già che sia merito del rugby, che il rugbysta è educato quindi ben voluto, il calciatore invece è maleducato quindi gli avrebbero risposto "guardi un po' là, si scelga la roba da solo".
Lui invece ci accompagna, poi prende un caschetto della misura giusta, lo spacchetta, lo prova ad Ale, il quale - come se fosse stato toccato dalla corona magica - comincia a dimenarsi facendo smorfie da mischia e simulando la carica.
"Per i paradenti invece abbiamo questi, si mettono in acqua calda e poi si mordono, lo vuole rosso o nero?"
Io faccio in tempo a girarmi per porre la domanda a mio figlio, quand'ecco che un autotreno da 440 qli, o forse una ruspa, ma no ... forse il Freccia Rossa lanciato a tutta velocità mi ha travolto colpendomi fortissimo alla bocca dello stomaco. Dell'urto ricordo solo l'immagine del caschetto calzato dal solerte inserviente a quel cinghiale neozelandese di mio figlio, che mi veniva incontro all'altezza della pancia. Ricordo anche di aver implorato invano ai miei addominali di contrarsi e di aver avuto la risposta che si ha quando si richiama una ex fidanzata dopo un anno e mezzo che non ci si fa vivi:  no secco.

Per il colpo ricevuto sono sbiancato e - forse per compensazione o forse perchè pensavo agli All Blacks - con un filo di voce ho detto all'inserviente. "Me lo dia neroooooooooooo".

Ecco, io sono felicissimo che mio figlio si stia innamorando del Rugby, ma ho la netta sensazione di non avere il fisico.

.. .. .. ..

01 ottobre 2012

Il ristorante del velo


A volte penso che fare il genitore sia come fare il cuoco.
Il piatto che porti in tavola deve essere perfetto, gradevole alla vista, azzeccato nel gusto, bilanciato negli accostamenti, giusto di sale. E poi il ristorante deve essere in ordine, accogliente, con una bella atmosfera, una bella luce, pulito, comodo e non troppo caro. Tutti sanno, soprattutto il cuoco, che malgrado le mille attenzioni, è sempre meglio che il cliente non varchi la soglia della cucina. Non perchè si corra il rischio di vedere chissà chè. Non è che nella sua cucina ci sono i topi o c'è una sporcizia tale da fare inorridire un eventuale visitarore! E' piuttosto che, tutto quel rigore e quell'ordine - che un piatto ben servito trasmette - non proviene necessariamente da una cucina perfetta, sterilizzata, impeccabile e linda. Vuoi che non ci sia roba a mezzo? vuoi che non cada qualcosa? vuoi che non scappi un dito nel naso, una goccia di sudore, un mestolo che tocca prima qui e poi là? o qualche cibo sia preso con le mani, scontrato con una manica, appoggiato dove non si dovrebbe?

Diciamo che sarebbe buona norma che una visita alle cucine fosse concessa solo ai clienti ormai affezionati, legati a filo doppio al ristoratore da sentimenti di stima e di amicizia, in modo da far si che ogni piccolo dettaglio fuori posto o ogni piccola crepa nell'integrità igienica della cucina fosse vista con occhio bonario.
Magari con un piccolo preavviso per darsi una rassettata...

I figli allora sono come il cliente di un ristorante.  Le prime volte badano a tutto quello che vedono, sentono, provano. Si formano il gusto di giovani buongustai, seguendo le indicazioni dello chef, esplorando tutte le proposte che la carta offre loro. La varietà delle proposte che riceveranno e l'ascolto ai loro gusti che sentiranno di ottenere dal ristoratore, sarà quello che farà venir loro voglia di continuara a frequentare quel posto e sarà quello che costruirà, piano piano, un termine di paragone, uno standard col quale confronteranno tutto quello che incontreranno in futuro.
Sarebbe inutile e fuorviante far loro visitare le cucine, prima di aver capito quello che quelle cucine hanno saputo produrre, prima di capire che - nel tempo - da quelle cucine, da quegli chef, sono arrivate continuamente ed instancabilmente proposte, risposte, ascolto, occasioni di confronto, di critica, di crescita.

Arriva poi il giorno della curiosità, delle visita alle cucine, del disincanto, della scoperta del fatto che - per fare una pietanza apparentemente semplice e ordinatamente disposta al centro di un piatto pulito - c'è bisogno di tavoli sporchi, coltelli affilati, fumo, vapore, pentole che bollono, padelle che friggono, odori, sudore, mani, stracci che puliscono, parole, liti, discussioni, imprecazioni.

Quel giorno crolla il velo, oppure no. Quel giorno si diventa tutti grandi.
Diventano grandi i figli che hanno la possibilità di capire la fatica che occorre per fare da mangiare tutti i giorni e che la fatica a volte ha cattivi odori, ha pessimi rumori e fa fare brutti errori, ma il piatto quando esce dalla cucina è (quasi) sempre impeccabile. Accidenti! Che miracolo!.
Diventano grandi i genitori che, anche se hanno qualche piccolo topo morto in un angolo, si rendono conto che forse tutto quel pandemonio di cucina che temevano di far visitare, non era poi così male e che il fatto di essere riusciti a far uscire piatti (quasi) sempre impeccabili ha prodotto clienti legati a filo doppio al ristorante.
Per fortuna! Che fatica! 

.. .. .. ..



24 settembre 2012

Punti di vista

Pronto buongiorno.
Buongiorno mi dica.
Senta, mi chiamo V., volevo chiedere se posso rivolgermi a lei perchè io e mia moglie abbiamo dei gravissimi problemi di coppia. 
Si, certo. Qual è la vostra situazione?
Siamo sposati ed abbiamo 2 figli e lei sta cominciando a parlare di separazione. 
Lei vorrebbe incontrarmi da solo o con sua moglie?
Saremmo interessati a venire insieme, quando può darci un appuntamento?
Ok mi faccia chiamare da sua moglie. In quell'occasione parleremo di un eventuale appuntamento.
Va bene, a presto.

Pronto buongiorno.
Buongiorno, mi dica.
Sono T. la moglie di V. volevo sapere se possiamo avere l'appuntamento che Le ha chiesto mio marito perchè come Le avrà detto abbiamo molti problemi e lui pensa di risolverli separandoci
Ah capisco ..... vi va bene Venerdì alle 17?

.. .. .. ..


vai alla sezione Separazione del sito



21 settembre 2012

Parole di padre

ci sono giorni di padre in cui ho parole di ferro che ho la sensazione forgino la materia tenera e grezza che ho la responsabilità di modellare, ci sono giorni di padre in cui ho parole di pietra che freno e non scaglio contro la materia tenera e grezza che ho la responsabilità di non rompere, ci sono giorni di padre in cui ho parole di plastica contro le quali sembra scivolare via la materia grezza che ho la responsabilità di forgiare.

ci sono giorni di padre, poi,  in cui mi viene il dubbio che non siano le parole o la loro forma o la loro consistenza a modellare, salvaguardare o forgiare i miei figli ma lo sia invece il mondo, l'universo che le mie parole, i miei gesti, i miei sgaurdi, i miei baci, i miei silenzi e i miei sbagli hanno contribuito a costruire davanti  ai loro occhi.

samuele (11) mi ha appena comunicato con serena determinazione che lascerà la sua blasonata squadra di calcio, nella quale si stava ritagliando il suo spazio, per andare a giocare col suo amico del cuore che è stato scartato ed è approdato in una squadra con minori pretese agonistiche.
alessandro (8) mi ha appena comunicato che lascerà la sua squadra di calcio (la stessa del fratello) per seguire il maestro di Karate che al 3° Daddy Camp gli ha fatto conoscere le emozioni, le meraviglie e il rigore delle arte marziali.

non so che futuro abbiano queste due decisioni di due piccoli uomini, ma sono senz'altro felice che samuele scopra, nell'ordine delle sue priorità, l'amicizia e la serenità in posizione più rilevante rispetto alla passione agonistica per il calcio (che credevo cieca e furiosa) e sono felicissimo che abbia funzionato con Alessandro l'idea (che sta alla base del Daddy Camp) di far conoscere ai nostri bambini nuove discipline e nuovi sport sotto forma di gioco e di giornata di svago, sfruttando così la loro libertà nello scegliere sull'onda dell'entusiasmo e non sotto la spinta interessata o impositiva dei genitori.

e poi mi illudo che, forse, le parole di padre, che siano di ferro, pietra o plastica alla fine abbiano fatto il loro sporco lavoro.
.. .. .. ..

19 settembre 2012

un sorso di felicità

è ingiusto che a una persona normale, equilibrata, diciamo normo dotata, non sia concesso di esultare. ti nasce un figlio? non puoi fare una corsa per i corridoi dell'ospedale urlando, sembreresti pazzo. chiudi un grosso affare? non puoi saltare sulla scrivania o correre ad abbracciare un tuo collega, saresti considerato uno squilibrato. ti arriva la telefonata che aspettavi da tanto, che ti rimette al mondo dopo anni di fatica, di sacrifici ed attese? non puoi aprire la finestra e urlare a squarciagola a tutti i passanti "Ehi senta, lei, mi ascolta? ce l'ho fattaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa", ti troveresti dopo poco additato come un poverò demente. la nostra cultura prevede l'à-plomb. la felicità, quando arriva, bisogna far finta di niente, come quando si tira su il quarto asso a poker, o quando la prof scorreva lo sguardo fra i banchi per un'interrogazione a sorpresa e sceglieva il nostro vicino o quando la bottiglia si fermava puntando la nostra preferita ed era il nostro turno. dopo 46 anni di duro lavoro per adattarmi a questo, ormai sono bravissimo anch'io e in un certo senso ne apprezzo anche i vantaggi, perchè a comportarsi così la felicità diventa una medicina a lento rilascio. lei arriva di botto, tu te la metti sotto la lingua facendo finta di nulla e lei fa effetto piano piano. organizzare il 3° Daddy Camp è stato un lavoro lungo fatto di idee, pensieri, sogni, progetti, organizzazioni, contatti, aiuti, informazioni, azzardi. alla fine tanta gente, tanti sorrisi, tutto filato liscio, il sole come reglao della fortuna e la sensazione di qualcosa che cresce e può diventare ancora più grande. e poi questo sorso di felicità, nascosto sotto la lingua, che da domenica sera mi pervade lentamente e mi quieta l'anima, almeno per un po'. .. .. .. ..

29 marzo 2012

a testa bassa verso la meta



La sera, resto davanti al pc. Finalmente al silenzio, finalmente solo, finalmente con la mia musica, finalmente con i miei pensieri a ripensare a tutte le meraviglie che mi sono passate davanti.
Le corse e le risate del piccino che ha scoperto che correre come un cavallo fa ridere, la voce di Alino che mi accoglie con un "arrivare in orario no eh!!" ma sa benissimo che farsi la doccia da solo e aspettare fuori dallo spogliatoio da bravo, lo fa sembrare fighissimo tra i suoi compagni di calcio e lo fa sentire un grande che le cose se le sa fare da solo, il broncio di Samu che è ancora cucciolo e le sue fragole le voleva, ma è abbastanza grande da non volere che la mamma gli regali le sue perchè io mi sono sbagliato a fare le porzioni.
Oggi è stata una giornata meravigliosa.
Oggi è una giornata che va ricordata per queste tre perle meravigliose, che sono rimaste sepolte nel rumore della giornata, nel disordine della fretta, nella frenesia della stanchezza che ci fa correre a testa bassa fino al pigiamino-dentilavati-spegnerelaluce come verso la meta più preziosa.
Poi si rallenta, si respira, si lascia che la musica ci accarezzi un po' e che ritorni a galla quello che abbiamo messo da parte perchè dovevamo correre verso la meta.
Ed ecco che rivedo il piccolo che fa il cavallo e ride, ecco Alino che bontola ma è fiero, ecco Samu che fa i capricci ma è maledettamente grande.
Ecco la ragione della mia giornata e - forse - anche un po' della mia vita.

21 marzo 2012

back-home



Ci sono percorsi che nascono per gioco, con l'innocenza e la leggerezza dei sogni e la caparbietà e la tenacia dei desideri.
Si passeggia, si cammina, si corre, si scala, ci si inciampa, si rincorre, si supera, si svolta, si sbaglia strada. Ecco che d'improvviso ci si ritrova guerrieri, corridori, scalatori ingrugniti.
E la leggerezza dell'inizio? l'innocenza? il gioco? i sorrisi?
E' ancora tutto là, basta voltare lo sguardo e riguardarsi, basta ascoltare una canzone meravigliosa, riaprire il blog e ricominciare a scrivere.

29 dicembre 2011

Il papà invisibile



A volte mi domando se un papà possa piangere.
Se sia previsto, intendo.
Un papà non piange, perchè papà è la solidità, è il capo squadra che indica la strada, che sa qual è la strada, perchè ha ben capito qual era la sua strada e quindi sa camminare sicuro sulla strada che ha scelto e sa indicare a tutti quale sia la strada da percorrere. Un po' di cammino si farà sulla sua strada e poi, poco a poco, piano piano, solo se lui lo dirà, ci si potrà staccare, si potrà azzardare a prendere qualche traversa, qualche via nuova, si potrà provare, esplorare, azzardare; e se poi la traversa sarà buia, se la via nuova farà paura, se l'eplorazione farà scoprire orrori, se l'azzardo sarà eccessivo, si potrà tornare indietro, accanto a lui che cammina sicuro, sulla sua strada, sulla strada che conosce,sulla strada che sa lui.
E come può mai piangere un papà che deve fare tutto questo? Come può mai piangere un papà che ha capito la strada, che ha scelto la sua strada e che cammina sicuro? E come mai può piangere il papà che deve indicare la strada e che deve serenamnte lasciare che vengano azzardate vie traverse e che deve saper accogliere chi ne ritorna spaventato, attonito, incerto?
E poi perchè mai dovrebbe piangere un papà? Forse ha sbagliato strada? Forse non è poi così sicuro di essere sulla strada giusta? Oppure guardando lontano non vede più quell'orizzonte che lo aveva convinto? O forse ha qualche dubbio sulla strada da consigliare? O forse ancora non riesce a sopportare di vedere imboccare strade traverse che portano all'orrore? O sarà mica che non è poi così sicuro che sia giusto vedere tornare indietro da quelle esplorazioni?
E come può mai piangere un papà senza sembrare tutto questo? Come mai potrebbe giocarsi tutto quello che ha e tutto quello che deve dare con una lacrima o un momento di sconforto?
Eppure i papà hanno paura. Magari hanno sbagliato strada o non la sentono più sicura, oppure guardando lontano non vedono più l'orizzonte ed il loro passo si fa incerto, il timbro della loro voce insicuro quando devono consigliare un passo, lo sguardo più ansioso quando vedono imboccare una traversa buia e la loro mano più disperata quando riabbracciano chi ritorna attonito.
Ma le lacrime no. Quelle non possono scendere. Quelle vanno trattenute, ingoiate, vanno ricacciate dentro perchè un papà non piange.
E allora, la sera, .. questa sera .. che tutti dormono, sicuri, caldi, sereni, un papà si prende l'incarico di far scendere tutte le lacrime del mondo, tutte le lacrime dei papà che non possono avere paura ma ce l'hanno, di tutti i papà che non possono deludere, ma hanno paura di farlo, di tutti i papà che hanno paura che la loro voce tremi, che il loro sguardo implori o la loro mano stringa troppo, oppure che la loro strada non sia quella giusta.
Questa sera è la sera del papà che sa che ogni sua lacrima resterà invisibile.

12 dicembre 2011

Materia grezza da forgiare


Oggi abbiamo passato la giornata a fare i compiti. Ne venivamo da 5 giorni di vacanza e c'erano da recuperare tante materie.
Samu (10) come al suo solito si è messo di buona lena, responsabile com'è, giudizioso com'è. Un ometto che sa quello che deve fare, ma soprattutto che sa che lo deve fare. La sua testolina bionda china sul quaderno, le sue dita in bocca mentre cerca di fare i conti al volo, la sua scrittura già veloce, le sue gambe agitate sotto il tavolo, a giocherellare col pallone, così, tanto per coccolarsi un po', per darsi conforto, sono un'immagine che potrei portarmi nella mente tutta la vita per ricordarmi di lui da piccino.
Ale (7) come al suo solito si è messo di buona lena per escogitare qualsiasi modo per evitare questo supplizio dei compiti. Mascalzone com'è, furbetto com'è, scaltro com'è. Uno scugnizzo che sa perfettamente quello che deve fare ma non ne ha voglia. Con una strategia del tutto antieconomica ha rallentato lo svolgimento dei compiti accusando nell'ordine: mal di testa, mal di pancia, scatti improvvisi giù dalla sedia per soccorrere il fratellino piccolo (Francesco 1) in serio pericolo di vita, o per raccogliergli la palla, per rilanciargliela, per andare a bere, per andare a fare la punta alla matita, per fare una pausetta, per riposarsi che stanotte non ha dormito niente (svegliato alle 11 n.d.r.). Materia grezza allo stato puro, materia ancora da scolpire, da forgiare, resistente a qualsiasi tipo di attrezzo, a qualsiasi metodo di convincimento basato sull'orgoglio, sulla stima, sulla fiducia, sulle promesse, sui biechi ricatti, sul "ti lascio qui e domani a scuola senza compiti ci vai tu", sul "la scuola è tua e dovresti essere tu a volere essere bravo". Niente, ogni colpo inferto, ogni stratagemma educativo utilizzato, ogni tecnica applicata, si scioglieva davanti ad un sorrisino svogliato, ad un sorrisino furbo, ad una parola scritta apposta sbagliata, sulla riga sbagliata, col colore sbagliato. Ed noi li massicci e monolitici a tenere il punto che se cedi sei davvero finito. "eh no caro mio, col cavolo che te lo detto io il pensierino, adesso stiamo qui tutta la giornata fino a che non ti decidi".
A questo punto generalmente, passata l'ora e mezza si accettano scommesse. A che salterà prima il tappo? A me o a mia moglie? Oggi è partito a mia moglie, che ha sfoderato un discorso col quale forse avrebbe vinto anche le elezioni in USA e con una cattiveria e determinazione che avrebbe fatto tacere anche il peggior Vittorio Sgarbi.
Da li tutto in discesa, e cioè "solo" altre 2 orette sui quaderni a finire tutto quello che c'era da fare, con una buona collaborazione del Mascalzone, che - una volta scollinata la voglia di fare i capricci - si dimostra sempre maledettamente bravo e veloce (il che accresce la rabbia del padre docente). Ma come!! stamattina mi hai fatto diventare scemo per fare 15-7, con scena madre perchè ti ho sequestrato la calcolatrice che sei andato furtivamente a prendere accusando un attacco di dissenteria gravissima, ed ora mi dici "8 e 7, 15, vero Pà!?" come il più incallito giocatore di cirulla!!!
Come diceva mio nonno: "Tegnime che l'amassu" (Tenetemi sennò l'ammazzo n.d.r.)

Finito il martirio con Alino, mi ricordo di Samu, il giudizioso, il soldatino mio. Vado in camera sua e lo spio un attimo sperando di trovarlo che gioca al DS di nascosto e invece è sempre li, con la testina bionda china sui libri che lavora di buona lena, perchè sostanzialmente gli piace. Come lo saluto, cambia atteggiamento. Diventa polemico.
Ecco .... tutto il pomeriggio solo qui a fare sti cacchio di compiti e nessuno che mi aiuta.
Amore, cos'è che non riesci a fare?
Niente! non riesco a fare niente!
Ma Samu, amore, ma se hai finito tutto!?
Ehhh si, finito tutto, finito tutto un cavolo, guarda qui, devo ancora fare l'Umbria.
(Ripetiamo l'Umbria, la sa a memoria.)
Samu, la sai benissimo. Sei bravissimo.
Siiii bravissimo, bravissimo un cavolo, e comunque se sono bravissimo allora adesso ci facciamo partita rivincita e bella alla Play, che tutto il giorno che sei con Ale e non con me.
Si amore, io tengo l'Ajax e tu il Real.
Mezz'oretta di Papi anche per il Soldatino mio, che anche lui è fatto di materia grezza ancora da forgiare e quando c'è da ratrellare amore, non guarda in faccia nessuno e qualunque tecnica è consentita ...... che lo ha capito benissimo, lui, che giocare alla Play o fare i compiti poco cambia, sempre di coccole si tratta, e adesso è venuto il suo turno.

10 ottobre 2011

A nanna col dubbio


Week end tra uomini, che mia moglie ha lavorato quasi tutto il tempo e ho dovuto gestirmi i bimbi (10, 7, 1) e tutti i loro mille impegni sportivi.
Ora che tutti dormono, finalmente solo, posso ripensare ai sorrisi d'amore, agli urli e le sgridate, ai litigi tra loro, ai dispetti innocenti, alle gelosie maligne, alle risate, ai baci, agli abbracci, ai contatti cercati, agli scontri involontari, alle mediazioni per decidere, ai capricci per affermarsi, alle esultanze per le vittorie, ai bronci per le sconfitte, ai loro esperimenti di autonomia, ai loro stratagemmi di amicizia. E ai miei errori.

Passare 48 ore con tre cuccioli, immersi nel loro mondo di amicizie e frequentazioni, è come essere travolti da un uragano di emozioni che, come tutti gli uragani, mentre passa ti fa chiudere gli occhi, trattenere il respiro e abbassare la testa per sopravvivere, ma poi, una volta che è passato, ti lascia addosso tutto quello che ha sollevato. Felicità di averli guardati vivere, stanchezza di averli dovuti sopportare nel loro ancora grezzo equilibrio, preoccupazione di essere riuscito a sotterrare, celare, mascherare la rabbia che tutto questo uragano spesso ti scatena.
Cosa sarà rimasto di me oggi? Avranno fatto più effetto i mille tentativi di essere affettuoso, comprensivo, didattico, educativo, oppure avrò rovinato tutto con quelle tre sbottate che mi sono sfuggite con tono troppo iroso quando alla quarta volta che lo chiamavo per fare i compiti, Alino (7) non si era ancora schiodato dal divano, oppure quando Samuele (10) malgrado le raccomandazioni di stare attento e non giocare a pallone nel posteggio si è fatto cadere il pallone in mezzo alla strada o quando il Francesco (detto Piti 1), nel suo continuo esplorare, stava per bersi tutto il liquidino anti-zanzare attaccato alla presa elettrica?

Ecco, stasera che sono esausto e felice per aver passato due meravigliosi giorni con i miei cuccioli, sono sicuro di aver ricevuto gioia ed energia sufficiente per poter affrontare i prossimi giorni di ufficio e di rotture, ma mi piacerebbe sapere se il bilancio anche per loro è così positivo.
Dubbi di padre, dubbi di genitore che mi terrò e con i quali andrò a dormire.

Forse però, anche loro, alla fine della giornata qualche dubbio ce l'hanno. Soprattutto Alino (7) che mentre lo baciavo per la buona notte mi ha chiesto: "Papus, ma oggi sono stato bravo o cattivo?".
"Sei stato una meraviglia amore mio".
"Ma una meraviglia vuol dire bravo?"
"Vuol dire molto di più, vuol dire bambino stupendo".
"Ah!"

01 agosto 2011

stasera che sono solo

Stasera, che sono solo per la terza sera in questa casa vuota, perchè ho moglie e piccoli in vacanza, sento una nostalgia che mi morde la gola. Mi chiedo se poi avevo davvero bisogno di restare solo per riposarmi un po', mi chiedo se abbia un senso che i miei bimbi vadano a letto senza un mio bacio, senza una mia carezza, senza la mia voce, senza una mia sgridata, senza che abbia faticato come un dannato per fargli mettere il pigiamino ed avere battagliato contro l'ennesimo capriccio. Tutte queste fatiche, questi eventi disturbanti, stasera che sono solo e lontano, nemmeno le considero. Stasera che mi mancano da morire tutti quanti, ricordo solo i loro odori, le loro voci, i loro scherzi e i loro sorrisi, le loro liti di poco conto,i loro movimenti, i vizi, le dita in bocca e nel naso, i broncetti tira-baci e sorrisi tira-baci, le marachelle da perdonare e quelle da sgridare, i contatti d'amore e i contatti di gioco.
Stasera, che sono lontano ho solo voglia di loro, e non ho un posto dove sedermi perchè il mio posto di solito è quello che loro lasciano libero o è vicino a chi me lo chiede e se devo scegliere non lo so fare. Stasera che potrei inventarmi qualche piccola abitudine tutta mia non ho voglia di farlo, perchè non serve che mi abitui alla loro assenza, perchè non la voglio la loro assenza e non la voglio imparare. Stasera che sono solo voglio essere provvisorio, voglio restare provvisorio, seduto a caso dove capita, anche se sto scomodo, perchè l'unica comodità è avere loro addosso.
Stasera, che sono lontano e solo, lo so che vedo solo l'amore, il bello, la gioia, perchè quando si è lontani dalle cose che si amano si ricordano solo le cose importanti, le cose belle e tutto sembra più chiaro, più puro, più netto. La fatica, la rabbia, le liti e i capricci sono piccoli distrubi che offuscano il presente, ma basta allontanarsi un po' per capirlo. Sembra quasi di amare di più da lontano, sembra quasi di amare di più quando una cosa non la puoi avere vicina, sembra quasi di sentirlo meglio l'amore da lontano. Sembra quasi di capirlo meglio. Ecco a cosa serve il silenzio della solitudine e l'impotenza della lontananza.
A sentire meglio, a capire meglio, a capirsi meglio.

15 gennaio 2011

a Franceschinobbello

Ti ha portato il vento
anima mia
che fiamme solleva
e ha sollevato me
che troppo spesso volo
e ho piedi in cielo
e viso a terra

Portati via il vento
anima mia
che la fiamma si fermi
e non mi sollevi
si fermi presto il volo
i piedi siano a terra
e il viso al cielo

Portami insieme al vento
anima mia
voliamo insieme con le mani tese
il viso tuo nel sole
ed io con te

31 ottobre 2010

l'utopia di San Furbino

Ancora pochi giorni è poi comincerà la carnevalata del Natale.
Orde di persone che si riverseranno per i negozi a fare improbabili regali a parenti ed amici anch'essi improbabili.
Orde di persone costrette a sorbirsi migliaia di spot pubblicitari con i soliti babbinatali improbabili, migliaia di code insopportabili e centinania di migliaia di addobbi natalizi che renderanno le città come un enorme parco giochi (e questa è forse la cosa più carina del Natale).
Il punto non è quello della trasformazione dell'atmosfera cittadina o televisiva, perchè - ripeto - a me piace e non è neppure nella collezione di babbinatali di mia moglie che non ho tenuto d'occhio ed ora ha preso dimensioni patologiche; il punto sta nei regali.
Eh si, perchè i regali si dividono in due grandi categorie: quelli che devi fare per forza e\o a persone delle quali ti importa poco e ppoi ci sono quelli che devi\vuoi fare alle persone che ami di più.
i primi sono un supplizio i secondi - spesso - un problema, perchè essere originali e azzeccarla non è facile.

Passato il Capodanno poi, secondo giro.
Orde di persone che si riversano nei negozi per cambiare i regali sbagliati dalle pro-zie e per farsi rodere il fegato vedendo che nei saldi, il regalo comperato per la moglie o la fidanzata costa la metà.

Praticamente impossibile non sentirsi dei fessi, vittime di questo gran galà del regalo che abbiamo fatto diventare il Natale.

Beh ma allora perchè non ci facciamo venire in mente una soluzione più intelligente?
lasciamo il Natale come festa d'amore, nella quale volersi tanto bene, ricongiungersi con i famigliari, gli amici più cari, durate il quale fare delle belle feste, magari andare pure a Messa oppure fare dei bei pranzi allargati dove invitare anche la vecchia zia che è un po' sola e rivedere il cugino che abita fuori e "se non ci vediamo a Natale non ci vediamo più". Con l'occasione ci si può anche scambiare un piccolo pensiero con la regola che non deve superare i 10€.
Poi, fatto questo, isituiamo la Festività pagana di SAN FURBINO, che si deve festeggiare il 25 Gennaio, giorno in cui ci si rivedrà per una bella cena di famiglia, con i parenti più stretti ed intimi, dopo la quale ci si scambieranno ricchi regali acquistati rigorosamente nei saldi.
Spenderemmo tutti la stessa cifra ma ci regaleremmo tutti il doppio delle cose.

Lo so smontare l'impianto consumista del Natale è un'utopia, ma all'interno di qualche famiglia - magari con un po' di sana ironia - questo potrebbe diventare un metodo intelligente per non buttare via i soldi.

27 settembre 2010

cronaca di una partita di calcio - (pubblicato sulla rivista KIDS di Agosto)

Papà mi iscrivi alla Scuola Calcio? Guardo mia moglie con occhi sconsolati.
Speravo di non sentirmelo mai chiedere.
Ho giocato 30 anni a calcio ma è da molto tempo che non amo più questo mondo, ma soprattutto diffido dell’ambiente delle scuole calcio. L’unico modo è verificare quindi decido di andare a vedere una partita di campionato dei ragazzini della squadra del nostro quartiere per capire se ho ragione o torto.
Le maglie sono bellissime, tutte uguali, colorate, il campo bellissimo, l’arbitro in divisa, gli allenatori in panchina molto compresi nel loro ruolo, un bel po’ di pubblico formato da genitori, fratellini, fratelloni, qualche nonno e qualche zio. Insomma, sembra una festa dello sport in piena regola.
I miei occhi cominciano a scrutare, analizzare, osservare; non sono lì mica per passare il tempo ma per valutare e scegliere un gruppo di persone, si spera di professionisti, ai quali delegare una buona parte dell’educazione di mio figlio.
Chiedo notizie sul “Mister”. Uno mi dice: “E’ in gamba, abbiamo già vinto tre partite su quattro!”. Penso: “Ma che c’entra questo con l’educazione”. Provo ad ascoltare che cosa questo “allenatore vincente” dice ai ragazzi, che parole usa, come li sprona. “Dai ragazzi, cattivi eh!!!!”. Penso: “Mmmh, cominciamo male …”
La partita inizia, i bimbi sono stupendi, ordinati, si vede già che hanno imparato a non correre tutti insieme dietro alla palla ma si passano il pallone e mantengono la loro posizione, sono proprio dei piccoli calciatori. Se poi prendono un calcio la scena a terra è d’obbligo. Che ridicoli, imitano i calciatori veri .
Le azioni si susseguono incalzanti, gli avversari sono più bravi, parte un tiro a palombella, il portierino bassetto può soltanto guardare la palla che entra in porta. Sento un urlaccio animalesco, non faccio in tempo a voltarmi che un padre della squadra ospite mi sfreccia davanti, col viso paonazzo e si attacca alle griglie per esultare. Lui sgrana una sequenza di complimenti misti a imprecazioni liberatorie e poi girandosi verso gli altri genitori abbaia: “E’ così che devono giocare, con cinismo, con rabbia”… Penso: “Questo è matto”. Tra il pubblico nessuno sguardo incredulo. Deve essere una scena usuale per loro.
Tra il pubblico di casa comincia le lamentele. Chi ce l’ha con l’allenatore che sbaglia a tenere in panchina il tale, chi apostrofa il figlio: “se è per impegnarsi così poco allora è meglio starsene a casa” chi attacca l’arbitro che “è mezz’ora che fischia a favore degli altri”.
Secondo goal, gli avversari raddoppiano, sono proprio bravi. Il solito matto esulta di nuovo. Puntuale arriva il rimbrotto di un genitore della squadretta di casa. Volano parole, altri si aggiungono, due spinte, un piccolo tafferuglio, poi gli animi – a fatica - si calmano. La partita dei bimbi continua imperterrita con i genitori che si azzuffano. Penso di essere in mezzo ai matti.
Finisce la partita.
Dagli spalti qualcuno impreca ancora contro l’arbitro. Il famoso Mister si dirige verso lo spogliatoio con passo veloce e nervoso. Mi allontano per non rimanere in mezzo ai quei due genitori che hanno ripreso a insultarsi e per allontanarmi da un ambiente veramente pesante.
Non mi sembra di essere stato ad una festa dello sport e non mi sembra nemmeno di aver conosciuto un ambiente educativo al quale io possa pensare di affidare mio figlio affinchè diventi un uomo.
Torno a casa sconsolato. Guardo mia moglie e Le dico: “Ci aspettano tempi duri, tempi di scelte pesanti”.

19 maggio 2010

un papà da applausi

(ripubblico un vecchio post "intramontabile")Tutte le mattine faccio il fil rouge.
Mi sembra di vedere Giochi Senza Frontiere di 20 anni fà.
Alle 6.30 il piccolo mugugna, vuole un bibe di latte. Mi rigiro nel letto sperando che si riaddormenti. Quando il mugugno comincia a somigliare ad un urletto mi alzo. Rigorosamente a occhi chiusi scendo in cucina, apro il frigo, prendo pentolino, accendo fuoco, apro biberon, aspetto 3 minuti, travaso latte nel bibe, avvito e risalgo. Dal baby-control che sta in cucina, cerco di capire se l’urlo cresce. Cresce!

Mi affretto. scale veloci corridoio, entro in camera, non accendo la luce mi chino e trovo due manine tese che mi aspettano. Sono felice.
Lo tiro fuori lo “intubo” poi sulla spalla ruttino veloce e di nuovo a nanna.
Torno in “busta” sono le 6.50 ho le chiappe fredde, mia moglie si attacca per scaldarmi, grata. (e te credo …).

continua a leggere

10 maggio 2010

Tango, una storia d'amore

Chi non ha mai avuto la fortuna di partecipare ad una "prima lezione" di Tango non può conoscere quella sottile euforia che si vede scorrere sugli sguardi di dame e cavalieri non appena il maestro declina quello che è il concetto base di questo favoloso ballo: il cavaliere conduce e la dama segue, che , detto in termini più espliciti vuol dire che l'uomo comanda e la donna fa quello che dice lui.

per continuare a leggere cliccare qui.

invito di Gran Gala

da oggi sono ospite del Blog di DONNA MODERNA. Accorrete tutti a darmi man forte. baci baci.

19 aprile 2010

sindrome del lunedì

è stato un week end favoloso. nessun programma, sole, i bimbi vestiti da calcio per andare ai giardini nemmeno avessero da giocare la finale di coppa dei campioni. il grande che crede di giocarla ogni volta che vede un pallone, il piccolo che lo imita ma che del calcio per ora non gliene importa niente.
e io dov'ero?
ero con loro ma sono stato intontito per due giorni, stralunato dall'allergia e da due notti consecutive di buon sonno che però mi hanno tiratro fuori la stanchezza di una stagione.
ho giocato con loro, sono stato con loro, "papì facciamo due palleggi?" "papus guarda che bomba che tiro con queste scarpa azzurre" poi il bagnetto poi la partita dal nonno, poi il gelato con quegli abbinamenti di gusto impossibili tipo nocciola e fragola, pistacchio e limone, poi qualche strillata per farli dormire, tutto bello, tutto tranquillo, però ........ però stamattina mi sono svegliato e ho avuto la sensazione di non aver vissuto questi due giorni. di essere stato assente, indolente. sarà stata l'allergia, il sonno, il rilassamento, vallo a capire, fattostà che stamattina avrei voglia di stare coi miei figli invece che andare in ufficio.

all'asilo Alino (5,5) piange.
"non voglio andare all'asilo, voglio stare con te". "Amore, non si può, papus va in ufficio"
"Ma una volta l'avevi fatto che anche se c'era l'ufficio mi avevi tenuto con te" Penso: Amore mio!!!! è vero, l'avevo fatto ed eri stato bravissimo e tu non sai quanto ti vorrei con me, per me, quanto vorrei togliermi sta cravatta e andare sulla spiaggia a tirare i sassi...).
"amore oggi non si può".
la maestra arriva in soccorso "Alessandro che succede?" lo prende in braccio e mi sussurra, è la sindrome del lunedì, succede.
io annuisco, mi ricordo che basta uscire rapidi dall'asilo e il pianto finisce.

mando un bacio, mi volto rapido, esco, col cuore piccolo.
scendo le scale e penso alla frase della maestra.

"sindrome del lunedì" ..... parlava di mio figlio o di me?