10 maggio 2015

Ravano, torneo di pallone.

Io il calcio l'ho amato. Tanto. Vivevo per correre, calciare, sognare, combattere, esultare, abbracciare, incavolarmi, soffrire, allenarmi, discutere con l'arbitro, conquistare allenatori, fare gruppo coi compagni, scegliere le maglie, migliorarmi, fare a botte coi difensori per poi stringergli la mano alla fine, giocare senza un pubblico ma per quel poco pubblico, senza guadagnare una lira e quando c'era, usarla per pagare da bere ai vecchi compagni di sempre.
35 anni con la testa che funzionava bene solo se potevo correre dietro a qualcosa che rotolava e combattere.
Poi ho smesso di giocare ed è cambiato tutto.
Non c'era più un pallone da inseguire ma solo partite da guardare, tifo da fare, trasmissioni noiosissime da sopportare, cori aggressivi da ascoltare, cultura della scorrettezza da subire.
L'amore stava finendo, poi sono arrivati i figli. Il primo, Samu, col mio stesso fuoco sacro e vai di scuole calcio. Dirigenti mediocri, genitori miseri, allenatori scadenti. E l'amore è sparito.
Da anni lo seguo ma non vado a vedere una partita di calcio, vado a vedere lui. Mi interessa solo di lui. Come si muove, come si comporta, come impara, come si relaziona agli altri, all'allenatore, all'arbitro. Se fa gol. Se gioca bene. Il resto mi dà fastidio.
Mi dà fastidio la tensione che trasuda da ogni personaggio che fa parte di questo mondo. Ragazzini tesi, controllati a vista e irregimentati dentro a schemi efficaci ma noiosissimi, allenatori ossessionati dai risultati manco fossero dei campioni, genitori che fanno tutto tranne che i genitori e offrono spettacoli orrendi.

Passano gli anni e ieri arriva l'invito a vedere una partita del Ravano giocata dal mio secondo figlio, Alessandro, con i suoi compagni di classe. Lui gioca a rugby e con i piedi non è proprio aggraziato. Però nel cortile della scuola gioca con passione, con due cartelle a far da pali, senza regole, allenamenti e genitori a rovinare tutto.
La squadra della sua classe, gli "arancioni", è scarsotta. Uno è lento, l'altro è basso, l'altro cicciotto, l'altro estroso ma casinista, l'altro sarebbe bravo ma predica nel deserto. Loro giocano, si impegnano, se sbagliano ridono, se gli riesce qualcosa si danno pacche sulle spalle. Non litigano e prendono un po' di goal. Però sono felici, per una volta tutti insieme, con la maglia uguale, su un campo vero.  Noi genitori, costretti a fare improbabili cori "arancioni, arancioni", con mamme che non sanno in che porta si deve tirare e nonni che sono li perché sono di turno.

C'era una bella atmosfera ieri al Ravano; c'era l'aria buona che si sente quando si gioca a pallone. Ecco, il Ravano è un torneo di pallone. Il calcio li non c'entra. E' questo il suo segreto. Ed io ieri ho scoperto che non è mai morto il mio amore per il pallone. Io ho sempre giocato a pallone e quando ho smesso non mi è rimasto altro che il calcio, che, diciamocelo francamente, troppo spesso fa schifo.
Il pallone invece è uno spettacolo meraviglioso. W il Ravano, torneo di pallone per bambini sorridenti.

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