12 luglio 2013

Dodic anni fa.




Entra, appoggia una scatoletta sulla mia scrivania e sorride. Ha le labbra tese, di solito non sorride così, sta trattenendo qualcosa. E poi, cos’è questo pacchetto? Non è il mio compleanno, non ci sono date particolari … almeno, credo … oddio, mi sarò mica dimenticato che è qualche anniversario!? Di colpo sbianco, comincio a sudare, passo in rassegna i nostri ultimi quattro anni, compleanni, fidanzamento, matrimonio, onomastico (ma se non l’abbiamo mai festeggiato!). Oddio sarò mica San valentino!? … no quello è a febbraio … ossantateresa, sarà mica la festa della donna (in quel caso che c’entrerebbe il regalo per me …). Esito ancora un secondo.
“Beh, non lo apri?!”.
“Sì sì, è che stavo cercando di capire”.
“Aprilo, … scemo …”.
Apro il pacchetto … un paio di scarpine da neonato. Omioddio, un groppo alla gola. Penso: ma non si fanno queste imboscate!! non in ufficio, non mentre sono seduto alla scrivania e non posso nemmeno alzarmi ad esultare, non posso urlare, non posso nemmeno abbracciarti che sei li, aldilà della mia scrivania, non posso nemmeno piangere che poi mi vedono tutti.
Una voce dentro mi dice: “Fai qualcosa, dì qualcosa, dai un segno di tutto quello che ti sta scoppiando dentro, emetti un suono, hai appena saputo che aspetti un bimbo, una bimba, chissà. Dì qualcosa a tua moglie, dille che sei felice, non fare il solito uomo che non mostra le emozioni, esplodi, esplodi con lei, esplodi verso di lei, abbracciala, baciala, piangi, ridi, fai qualcosa di giusto, fai qualcosa di insolito, ma anche qualcosa di sbagliato che te frega, oppure salta, urla, alza le mani al cielo, canta, chiedile se è vero, chiedile se è felice, chiedile come l’ha saputo, quando, chiedile cosa desidera, un piccolino o una piccolina?, chiedile quando lo diremo ai nonni, agli amici, a tutto il mondo, apri la finestra e urlalo a tutti in strada, oppure taci che magari non vuole farlo sapere di là, prega, ringrazia, dì che lo sapevi, che te lo aspettavi, che è il regalo più bello che hai mai ricevuto (non le scarpine, s’intende), che non vedi l’ora di andare insieme a comprare le cose per lui\lei, che farai tutto tu, che lei non deve preoccuparsi, che lei deve riguardarsi, che lei non deve andare più in moto, che da domani deve fare mille controlli e stare attenta a ciò che mangia, che alle ecografie ci vorrai sempre essere, che sarai in sala parto che andrà tutto bene, che vorrai essere un padre meraviglioso, che sarai un padre meraviglioso, che cercherai di essere un padre meraviglioso”.

Pare che, malgrado questa voce avesse dato tutte queste indicazioni, io sia solo riuscito ad appoggiare il viso sulle mani, sia scoppiato a piangere e sia riuscito a dire con un filo di voce: “Sono felice”. Ma quello che è più incredibile è che questa pietosa prestazione sia passata alle storie familiari con il seguente commento di mia moglie: “Quando gli ho detto che aspettavamo un figlio, lui è stato meraviglioso”.