13 dicembre 2007

una lustratina

Sono a tavola, finalmente a casa dopo una giornata fuori. Fuori da casa, fuori dalla famiglia, a volte anche fuori da me. Vabbè, lasciamo stare.
finalmente a casa, di nuovo “dentro”. Dentro a tutto, soprattutto dentro me…… Ho detto che lasciavo stare. Vabbè.
Siamo a tavola, Samu è un uragano di parole, risate, ruvidità nuove, imparate chissà da chi, chissà dove. Usa toni non suoi, non nostri, parole esagerate, smorfie un po’ maleducate, gesti bruschi, un po’ aggressivi. E’ come se fosse sporco. Se il suo corpo ha bisogno tutti i giorni di una doccia perché si è rotolato in mezzo a banchi, pavimenti, giardini, la sua testolina ogni giorno ha bisogno di una “lustratina” correttiva.
Mi si rivolge con fare strafottente, risponde male a una mia richiesta, fa un mugugno di insofferenza quando gli dico di andare lui a prendere l’acqua.
Campanello d’allarme.
Alt. Fermi tutti.
Lo guardo, fisso, lui prova a ridacchiare.
Lo continuo a guardare finchè non capisce. Si ammutolisce, abbassa un po’ gli occhi, mi sussurra “che c’è?”.
C’è che questo modo di fare non va bene, Samu, se è così che vi parlate a scuola con i tuoi amici a me non interessa. Così non si parla a un grande. Io non sono un tuo amico, ti è chiaro questo concetto?.
Attimo di silenzio, occhi suoi ancora più bassi.
Io lo fisso intensamente, serio e risoluto, e mentre lo faccio ripenso a quello che ho detto. “io non sono un tuo amico”.
Mi si chiude lo stomaco, rimango ancora zitto e ancora gli tengo lo sguardo piantato addosso.
Stiamo elaborando tutti e due questo nuovo concetto che ha fatto irruzione nel nostro rapporto.
Io taccio ancora. Non c’è nulla di più efficace di un bel silenzio dopo una frase incisiva. E poi non avrei fiato per dire altro, sono troppo impegnato a trattenere il panico e la vertigine di sapere di avere fatto la cosa giusta ma di avere dentro, malgrado tutto, una parte di me che si strugge al pensiero di aver dovuto ferire così seccamente quel fiorellino tenero che Samu ha al posto del cuore. Ma si che sono tuo amico, amore mio, ti amo, ti adoro, sei la mia vita …. vorrei dirgli.

Gli occhi fermi su di lui, la mia mente corre affannosamente a scartabellare in tutti i libri di psicologia dello sviluppo, le lezioni di pedagogia generale, le riflessioni e le certezze che mi sono costruito in anni di esperienza e di studio per arrivare all’istintiva certezza che in quel momento era giusto fare così.
Gli occhi fermi e sicuri su di lui e dentro di me una voce implorante che chiede a chissà chi “ho fatto giusto vero???”.

Educare è avere il coraggio di arrecare la “ferita” nell’amor proprio dei propri figli, ed è attorno alla fatica necessaria a cicatrizzare questa ferita che si costruirà una personalità forte e sicura di se. Caz** l’ho scritto sulla tesi!!!.

Io non mi sento “amico” dei miei figli. Mi sento molto di più. Io devo indicar loro la strada, devo dar loro spiegazioni sui significati della vita, devo insegnar loro il mondo, devo essere per loro “il mondo”, devo essere la loro base sicura da cui partire, la loro isola su cui poter approdare e contare, devo essere il guardiano instancabile che non smette mai di vigilare e correggere.

Ho ancora gli occhi su di lui, raccolgo le forze e riesco a trovare ancora un po’ di tono per dire severamente: “che bambino vuoi diventare?”.

Passano due minuti di silenzio. Mangiamo, distrattamente. Fa un sorrisino, versa l’acqua al suo fratellino. E’ di nuovo lui. La mia mano corre a toccarlo, accarezzarlo, a far pace. Lui struscia la sua capoccetta bionda sulla mia mano.
Ci vogliamo ancora bene, e siamo cresciuti un po' tutti e due.