20 febbraio 2007

fortunati un corno!

Mi chiedo: Com'è che la felicità fa due palle così?
Pare che la felicità sia stucchevole, pastosa, scontata ..... insomma fa cadere le palle. ma non il viverla, intendiamoci..... il sentirsela raccontare.
forse è per questo che quando nasce un figlio - e non si parla d'altro - tutti gli amici ti cominciano a guardare con quello sguardo che si riserva al vecchio zio che si è rincoglionito.
mi rendo conto che sorrisini, dentini, prodezze, la prima scoreggina, la volta che me l'ha fatta in mano, la pappa sulla cravatta, e quando ha gattonato, e quando ha detto mamma, nonno, papi, cacca, sono argomenti che ad una cena stufano anche i più tenaci.
vuoi mettere, che so, il racconto di una serata a sorpresa con un uomo sbagliatissimo che un'amica di mia moglie si è organizzata, per dar da mangiare alla sua ansia da donna irrisolta, oppure la cronaca della sbronza, involontaria ci mancherebbe, del mio amico scapolo che è andato alla festa di beneficienza ma poi là tutte facevano le zoccole, anche se i mariti erano a un passo (forse abbarbicati ad altre più zoccole della moglie) e lui si è lanciato e alla fine poco ci è mancato che si facesse una dentro un bagno.
dai ..... molto meglio. più frizzo. più sale.
allora visto che ospitiamo sempre noi, perchè gli amici sono tutti ancora con vite, e case, indefinite, il rituale è sempre lo stesso:
i primi discorsi, per cortesia, sono riservati a noi: gli stucchevoli e sdolcinati genitori di due figli stupendi.
"quanto hanno adesso i bimbi?" "madonna come passa il tempo" "e il piccolo va già all'asilo?" "nooooooo samuele sa già scrivere?" "guarda il cucciolo come assomiglia al papà" ............ dopo poco si sente già il ribollire delle palle sotto il tavolo.
Mia moglie poi è un'entusiasta e allora rincara la dose, racconta, elogia, e giù aneddoti, trovate geniali, prodezze, sorprese.
Si sentono i primi tonfi delle palle cadute a terra dei meno pazienti.

E che dire di me? volete che si dimentichi di elogiarmi (amore mio, non smettere ti prego, ti prendo solo un po' in giro sennò non leggono più il mio blog) e allora via ad elencare di quando ho fatto quello, quell'altro, e quel giorno che, non ci si crede, ma proprio io ho risolto tutto facendo da solo questo atto eroico da super padre. Tutto troppo bello, tutto troppo facile tanto da risultar noioso.
Ed ecco l'immancabile commento:
"Come come come scusa? tuo marito ha tenuto i figli un week end da solo mentre tu andavi ad un congresso! Non ci credo, è un extraterrestre, non esiste, non può essere, pensa che lui (indicando il marito a fianco che no la caga) non ha mai cambiato un pannolino. Guarda credetemi voi due siete proprio fortunati".
A me sta cosa mi fa incavolare.
Quest'idea che una coppia funzioni solo se si è fortunati mi sembra il più grande fraintendimento dei matrimoni d'oggi. Sarà colpa delle telenovelas, del '68, che ne so, fattostà che se si smettesse di credere di poter stare insieme senza farsi un c*** così, molte meno coppie naufragherebbero.
Allora quando sento qualcuno che dice di noi, "troppo facile parlare per voi che siete così fortunati" sorrido ma dentro di me penso al lavoro che c'è sotto e a quanto lontano sia il mio mondo da chi vive di serate, aperitivi, avventure.

E' già un miracolo che si riesca a passare insieme una bella serata.

07 febbraio 2007

l'aratro

Il ferro del mio aratro
adesso
solca profondo,

divelle zolle
dissoda e strappa,
scioglie le foglie
radici strappa.

Il mio aratro di ferro
dismesso
di nuovo solca.

(anonimo)

05 febbraio 2007

capriole

Io a mia moglie gliel’ho detto dopo qualche tempo che ci siamo conosciuti. Guarda che tu non mi conosci. Eh si perché a quei tempi una persona che non mi avesse mai visto con un fianco scorticato, con una borsa del ghiaccio sul ginocchio, con lo sguardo assente perché concentrato sulla partita di campionato del sabato, o con l’umore sverso per una sconfitta, con la tensione del sabato mattina prima di entrare in campo, con la grinta e la furia da combattente durante il match con la soddisfatta stanchezza dopo una vittoria magari con un goal mio, beh … chi non mi aveva mai visto così, non poteva dire di sapere quale fosse la mia anima.
Col calcio fu amore vero, 26 anni di passione, a cominciare dalla scuola calcio col burbero signor Barich, un vero educatore, un vero formatore di piccoli uomini - che i genitori sfigati criticavano e temevano, per paura che gli sformasse i loro figli già senza spina dorsale a 6 anni – per finire con tutto il mega gruppo di amici con i quali ho condiviso battaglie, sogni, alleanze, lotte per l’onore, amicizie al di là dell’età, del ceto sociale, dell’educazione, ma basate sulla lealtà, lo spirito di squadra, la passione. Sentimenti d’altri tempi.
Era uno sport senza soldi, senza spettatori, senza stampa, senza mezzi, con la gioia delle maglie nuove pagate da qualche pazzo sognatore e, gli ultimi anni, autofinanziate. Ricordo migliaia di partite con gli spalti vuoti, al massimo con qualche fidanzata che aveva qualcosa da farsi perdonare, con signori sfigati a fare da guardialinee perché l’arbitro veniva da solo.
Ricordo il disagio quando la mia squadra, per potersi permettere due o tre anni di sport ancora per tutti, mi vendette ad una squadra più forte. Ero lusingato ma triste. Mi pagarono 4 milioni e mezzo. Era l’anno che Vialli passò alla Juve per 45 miliardi. ….. più o meno …..
La squadra nuova pagava 10.000 lire a punto, ogni vittoria 20.000. Ed io, quando incassavo, andavo all’uscita dell’allenamento dei miei ex compagni e pagavo a tutti da bere. Non concepivo di prendere soldi per giocare.

Samuele 5 anni,è portatissimo per il calcio ed ha voluto provare la scuola calcio, la mia stessa, l’ALBARO CALCIO.
L’ho portato ad un allenamento e mentre lo vedevo sgambettare senza capo ne coda, felicissimo, mi sono chiesto: gli insegneranno la lealtà? Gli insegneranno ad applaudire all’uscita la squadra avversaria se ha vinto? Gli insegneranno ad alzarsi in piedi subito se il colpo preso non è stato forte? A rispettare l’arbitro a prescindere? A rispettare l’allenatore a prescindere? A dare la mano all’avversario dopo uno screzio? A rispettare chi è più forte e chi è più scarso? Ad allenarsi anche se si è panchinari? A non saltare gli allenamenti per rispetto ai compagni? A prendersi la responsabilità dei compagni di squadra più giovani? Ma soprattutto gli insegneranno che il calcio è un gioco?
Il signor Barich insegnava tutto questo.
Il calcio “vero” fa schifo. Personaggi da grande fratello in campo, trasmissioni volgarissime, soldi e ancora soldi da fare venire nausea. Chissà che questa cultura non sia già risalita alle scuole calcio? Il dubbio ce l’ho.
Parlotto con un papà che mi chiede: Tu giochi?
Io: Giocavo! e mentre lo dico penso che chi mi incontra adesso, che non gioco più, non tifo più, e vado allo stadio solo per stare un paio d’ore con mio padre – ora si - conosce la mia vera anima. Ho l’anima del rugbista non del calciatore. La frase di Beppe Grillo "Il calcio è uno sport che bisogna cominciare a odiare" è stata un pugno nello stomaco ma ora la condivido.
A fianco a me una madre grida come una matta al figlio "Tira, imbranato!". Penso "mi spiace signora ma suo figlio è negato, niente notorietà, niente nuora velina, niente tv, soldi, e se continua così sarà pure complessato".

Alzo gli occhi, cerco Samu nel mucchio di bimbi che si affollano intorno alla palla. Non lo trovo. Mi volto, guardo in porta, non c’è. Mi allarmo un po’ ma alla fine lo vedo, laggiù, si è appartato vicino al calcio d’angolo, con un altro bambino.
Mentre l’azione impazza lui gli sta insegnando le capriole che ha imparato a Karate.
Per ora sono salvo. Si torna a casa.

01 febbraio 2007

Taci Gina

fra un'ora arriverò a casa e troverò il seguente "presepe": i miei cuccioli urlanti che mi aspettano per la cena, mia moglie (che utlimamente amo più del solito) che sarà sorridente data la circostanza, mia suocera con la sua pettinatura a nido di aquila, sua madre con la sua camminata ondeggiante che mi dirà "ciao bell'uomo" (intenditrice!!), Caropallo cioè Paolo (lo zietto di famiglia) che mi dirà "ciao Pisel" (il nomignolo che mi ha dato quando avevo tre anni), lo zio Paolo che è un'altra entità, anche se si chiama uguale, che è il rustego (finto scorbutico) di casa con i suoi occhiali appesi al collo con un cordino marcio e le mani fini da artista (fa lo scultore) e le "Gine" (dicesi Gine l'indissolubile binomio miamadre+mianonna che hanno preso il nome di "Gine" perchè mia nonna si chiama Gina e mia madre, che la accudisce come fosse una principessa, è sempre con lei. Quindi "Gine") le quali saranno probabilmente a braccetto ad assistere, beate, al quadretto familiare.

Tutto 'sto casino perchè si festeggiano i 95 anni della nonna Gina. Mica poco.

La nonna Gina ha un soprannome che è "Gina"....... non è che siamo tutti rincoglioniti è che chiamandola "Gina" anzichè nonna o mamma rievochiamo il modo che aveva di chiamarla il mitico nonno Aldo il quale, affetto da un sano e robusto maschilismo, alla seconda frase che la nonna proferiva in qualsiasi contesto, esclamava la mitica frase "Taci Gina".
Che uomo!
Che virilità!
Ma soprattutto ..... che invidia ....!
Non esistono più gli uomini di una volta!

Così la Gina ha taciuto fino al 4/9/1986, giorno in cui il nonno è morto (dopo essersi fumato più sigari di Fidel Castro).
Il problema è che dal 5/9/1986 la "Gina" ha cominciato a parlare e ..... ti lascio dire ... come direbbe lei. Da dietro quegli occhi turchesi e quei modi gentili da regina è uscita una personalità che nessuno di noi aveva mai sospettato.
Ancora oggi, che non è più al massimo delle sue energie, con quella linguetta biforcuta riesce a tagliare e cucire che è un piacere.
I suoi temi preferiti sono quelli inerenti la carriera familiare di mia madre, stroncata ancora oggi per essersi voluta separare (peccato che è successo nel 1982!), oppure l'eterna polemica con lo Zio Paolo, il rustego, che vive con Lei, sul fatto che mangia troppo e deve dimagrire. Poi lei mangia più di lui e mia madre si incazza.
Uno spasso.
Per certi versi è anche moderna.
Una volta dopo avergli raccontato il perchè del mio sfidanzamento con la fidanzata storica che ho avuto prima di mia moglie, ci ha pensato un po' e poi mi ha detto, alla tenera età di 87 anni: "ma dimmi un po' ....... a letto come andava?".
Un mito.

Vabbè andrò a casa. Ci sarà un casino pazzesco. Lei ne sarà felice. Quando saremo tutti a tavola telefoneremo a mia sorella che vive a Udine e ci sguazzerebbe in un pandemonio del genere, farò qualche foto, tollererò mia madre che urla (perchè la "Gina" e un po' sorda) mi godrò la meraviglia di vedere la "Gina" tenere sulle gambe mio figlio Alessandro, (che sono gli unici due in tutta la stirpe ad avere gli occhi turchesi e hanno 93 anni di differenza)e aspetterò che, alla fine, la "Gina" mi dica per la milionesima volta la frase che più me la fà amare: "Titto, è stata una giornata meravigliosa".